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I am a camera with its shutter open, quite passive, recording, not thinking.

Samota (mi nevadí) ·

Majka said that this is my song.
I don’t remember how we got to talk about it, since we have very different taste in music (her favourite artist is that English ginger balladeer). I was probably bragging that I listen to Slovak pop? Anyway, when leaving at the end of her workdays she often asked me what I would do home alone, in the evenings or during weekends. I used to reply with the list of my planned activities, which usually don’t involve a partner, or I just told her that I would get bored and have some rest. She found it inconceivable that I didn’t have anyone.

Nič neočakávam
Nikoho nehľadám
Nemám predstavy
V nič neverím

At the end of the first wave of quarantines across Europe, I read in a few different outlets the same question: «With whom will you spend the next lockdown?» The point of these opinion pieces was that singles had better rush to find a companion during the summer months, before the inevitable segregations of autumn and winter. I thought it was bad advice: what could possibly go wrong with sharing a close environment with a stranger during a highly-stressful event?
I knew my own answer: «With nobody, if need be.»

Samota mi nevadí
Ani celibát tela
O lásku neprosím
Nie som osamelá

I am not a loner, but I am comfortable with being alone, and I hardly ever feel lonely.
“I don’t mind solitude”: it is neither a pose nor a statement, just a personality trait that I have cultivated along the years, and which happens to be of extraordinary value as of late. I never beg for love or friendship, as I have learnt that they come when you are looking somewhere else.

Nepredstavujem si nás
Nepredstavujem si nás nijako
Nič nechcem, nie som omámená
Nelietam v oblakoch

Unlike others, I don’t have the daily urge to meet someone, I don’t need crowds around me to feel alive. You won’t find me at bachata parties, or at social gatherings for foreigners. I am not a people person; but I know how to build bridges. I like walk-and-talks. I cherish and maintain my most heartfelt connections, and I am quite an open book to those who know me closely, with whom I accept to drop my behavioural filters (we all have behavioural filters).

Samota mi nevadí
Ani celibát tela
O lásku neprosím
Nie som osamelá

If there is something sometimes I am missing, that is intimacy. Trusting someone into my personal space, being trusted in someone else’s. Sharing experiences and thoughts. At times there is so much going around my head, bumping against the walls of my skull, that fizzles out and goes wasted because it lacks a two-way communication channel with a kindred spirit.

Nehanbím sa byť silná
Nehanbím sa byť slabá, taká som
Nehanbím sa nahlas smiať
Nehanbím sa plakať

I have managed to build for myself what the Italian writer, Cesare Pavese, called an inner life: of studies, of affections, of human interests that are not just about “affirmation”, but about “being”. Of course this is not easy: it is mostly a matter of self-reliance, and of understanding one’s own strengths and shortcomings. Lots of self-deprecating humour is required.

Samota mi nevadí
Ani celibát tela
O lásku neprosím
Nie som osamelá

Every man is an island, and I am bloody Ibiza San Giulio.

Suoni e ultrasuoni del 2020 ·

La colonna sonora dell’anno pandemico è stata gentilmente offerta dal canale alternativo della radio pubblica slovacca. Conoscevo Rádio_FM da qualche tempo, ma certi giorni di lockdown ho tenuto lo streaming aperto dal programma del mattino a quello della sera. All’ora di cena alterno Nová hudba, ktorej veríme a Steve Lamacq, e da quando BBC Radio 6 Music ha commesso l’errore di promuovere Mary Anne Hobbs ai giorni feriali, nei fine settimana a colazione ascolto Ta najlepšia sobotná hudba e Pomalá hudba.
I miei pochi acquisti (conclusi, in corso o preventivati) sono stati ovviamente influenzati dalle playlist quotidiane.

Nella cassetta delle lettere, dentro due buste ben imbottite:

  • KatarziaCelibát (2020, Slnko)
    Ancora incellofanato. Lei artista intrigante, Samota mi nevadí mio inno personale.
  • Jana KirschnerMoruša biela / Moruša čierna (2013/2014, Slnko)
    Ancora incellofanato. Sto lentamente progredendo nella discografia della moja obľúbená československá speváčka. Dalle canzoni che ho sentito in radio questi due dischi (“Gelso bianco” e “Gelso nero”) suonano ancora piú sperimentali del mio preferito, Krajina rovina; sono anche la sua ultima produzione in studio, prima di un live, qualche singolo e varie collaborazioni.
  • Neřvi mi do uchaPrvní album (2018, Divnosti)
    Ilustrovaný booklet che accompagna la release digitale su Bandcamp, perché sono all’antica e mi piace tenere in mano un oggetto fisico.
  • Neřvi mi do ucha – Druhé album (2020, Divnosti)
    Ho scritto loro un’e-mail per chiedere se fosse possibile comprare entrambi gli album evitando Bandcamp e soprattutto PayPal, ma non ho avuto risposta. (Alžběto, Martino, Tobiáši, máte e-mail ve spamu.) Il proprietario dell’etichetta mi ha poi ringraziato per il supporto. Hanno mezzi produttivi limitati – tastiere, clarinetto, voce – ma un buon senso del synth-pop che vogliono suonare.

Nel mondo delle idee del server di Music Records in quel di Plzeň:

  • GorillazSong Machine, Season One: Strange Timez (2020, Parlophone)
    Donerò sterline a Damon Albarn finché campo, ma il mio interesse per questa fase dei Gorillaz è cosí alto che l’ho scaricato illegalmente appena pubblicato e non ho ancora schiacciato “Play”.
  • I Am KlootLet It All In (2013, Shepherd Moon)
    Ho scoperto per caso che i Kloot si sono lasciati anni fa, forse non troppo amichevolmente, e questo è l’unico loro disco che mi manca, e sono un completista. Dopo il mio ordine è scomparso dal catalogo del negozio, e temo che non sia piú distribuito di qua della Manica.
  • Jana Kirschner – Živá (2017, Slnko)
    Il live summenzionato. Chissà quando riuscirò a sentirla dal vivo.
  • Laura MarlingSong for Our Daughter (2020, Partisan)
    Anche questo è scomparso dal catalogo dopo il mio ordine, «čekáme na dodání».

Apparentemente irreperibili fuori Amazon:

  • DubstarOne (2018, Northern Writes)
    È uscito un lavoro dei Dubstar dopo diciott’anni? Ed è bello? E non se l’è filato nessuno? Neanche 6 Music???
  • Lanterns on the LakeSpook the Herd (2020, Bella Union)
    Quanto tempo impiegheranno le buste ben imbottite ad attraversare la Manica, post-Brexit?

In quest’anno pandemico sarei dovuto andare a qualche concerto, in compagnia o da solo. La karanténa primaverile e le restrizioni autunnali hanno costretto gli organizzatori a rinviarli sine die:

  • Erik Truffaz Quartet @ Sono Music Club, Brno, 19/03/2020 27/09/2020
  • Billy Barman @ Fléda, Brno, 28/04/2020 29/10/2020
  • Katarzia @ Kabinet Múz, Brno, 09/11/2020

Perché quest’anno pandemico è stato brutto, grezzo, insensato, urgente, e martellante fra le tempie come la sua canzone-simbolo:

Letture e riletture del 2020 ·

Non riesco a ritrovare un’antica intervista ad Andrea Pirlo in cui l’allora centromediano metodista del Milan ammetteva di non aver mai letto un libro in vita sua. Nonostante la Coppa del Mondo e gli anni in bianconero non ho simpatia per il Maestro: un po’ per quell’intervista, un po’ per quei due rigori sbagliati in una partita dell’Under 21. Da quali altri particolari è che si giudica un giocatore?

Nell’anno dell’isolamento globale, e del tempo libero casalingo da dedicare a se stessi (#metime), sono diventato un Pirlo senza i piedi buoni. In dodici mesi ho letto soltanto quattro libri…

… e proprio la sua tesi di laurea.

Invece ho scritto (e riscritto) tantissimo: piú di 200 kilobyte fra codice e parole di mie Virtualia?

Il bravo soldato Švejk ·

Sto finendo di leggere Le vicende del bravo soldato Švejk durante la guerra mondiale di Jaroslav Hašek, nella traduzione in lingua inglese del fu ambasciatore britannico a Praga. È il romanzo piú tradotto della letteratura in ceco, ma non ne avevo sentito parlare fino a due anni fa, quando dovetti spendere in fretta dei “punti Fragola” aziendali e li spesi in libri.
Il titolo è esplicativo: il romanzo racconta le avventure di Josef Švejk, un sempliciotto praghese che viene chiamato a combattere nell’esercito “imperiale e reale” austriaco sul fronte orientale della Grande Guerra. Quel “bravo” è insieme affettuoso e ironico, perché il soldato di fanteria Švejk è un imbecille patentato, e non in senso figurato: è stato dichiarato idiota da una commissione psichiatrica militare, e il suo certificato gli consente di esprimersi in presenza delle autorità come soltanto ai matti è permesso.

Avete presente la narrazione edificante e patriottica di Cuore? Be’, Il bravo soldato Švejk è l’inverso: amorale, antiautoritario, antimilitarista, antimonarchico. Švejk vive per mettere insieme il pranzo con la cena, cercando di restare lontano dai guai. I guai di Švejk sono rappresentati dall’autorità costituita: burocrati, gendarmi, poliziotti in borghese. Sotto le armi Švejk interagisce con gli ufficiali e i commilitoni osservando le regole alla lettera, ma le regole sono assurde, come assurda è la guerra che è scoppiata. E Švejk è stato dichiarato idiota per aver declamato «Lunga vita al nostro Imperatore Francesco Giuseppe!», che è quanto ci si aspetta da un bravo soldato dell’esercito imperiale e reale, no?
Eppure l’essere un poco matto, o il fingersi un poco matto, sembra essere il segreto di Švejk per tirare a campare. Non si capisce bene se Švejk “ci è o ci fa”: l’innocenza dei suoi interminabili aneddoti spesso cela un secondo livello di significato, dove l’interlocutore è messo in ridicolo. Ma si tratta di astuzia da hospoda, non d’intelligenza. Švejk è assurto ad anti-eroe nazionale in quanto autentico popolano boemo oppresso dall’occupante viennese, di cui prendiamo le parti perché l’occupante viennese è arrogante e ottuso, e Hašek e il lettore sanno che di lí a poco l’arroganza e l’ottusità dell’Impero asburgico ne causeranno la dissoluzione. Però una civiltà a maggioranza di Švejk sarebbe un’idiocrazia: se fossi ceco, mi troverei un’altra icona da venerare.

Disegno di un uomo francese e di Josef Švejk, uno di fronte all’altro, che reggono cartelli.

“Libertà, uguaglianza, fraternità.” “Filetto di maiale, gnocchi di pane, crauti.” © Jiří Slíva.

Quasi tutte le edizioni del Bravo soldato Švejk sono illustrate da Josef Lada.
Paolo Nori è un estimatore di Jaroslav Hašek e ne ha scritto copiosamente.

Nejhezčí místo, kde jsem byl ·

Moje milovaná učitelka češtiny chce, abych udělal prezentaci o místě, které mám rád a v kterém jsem byl. Musím mluvit asi deset minut.

Na konci roku 2012 jsem oslavil třicet let, a potřeboval jsem nějaký šok. Rozhodl jsem se jet na dovolenou do Chile, kde jsem měl kamarádku, která mě mohla hostit. Tak v únoru 2013 jsem navštívil hlavní město Santiago, město Valparaíso, oblast Sur Chico („Malý Jih“), ostrov Chiloé, a poušť Atacama.
Atacama je nejsušší poušť na Zemi. Je to mezi Pacifickým oceánem a Andským pohořím, a je to tak velký jako Česko a Slovensko dohromady.

Poušť Atacama.

Na cestě do San Pedra. Napravo je sopka Licancabur.

Brána do Atacamy je město Calama, ale hlavní vesnice pouště je San Pedro. Ze Santiaga do Calamy jsou pravidelné lety, pak do San Pedra si musíte pronajmout taxi (vzdálenost je asi sto kilometrů). Dnes je San Pedro past na turisty, ale stále má svou atmosféru. Nejstarší budovy byly postavené z nepálených cihel, španělsky adobe. A noci jsou plné hvězd, někdy padajících hvězd.

Turistická ulice.

Caracoles, San Pedro de Atacama, 13. února 2013.

V San Pedru jsou několik cestovní agentury, které pořádají výlety do turistických cílů. Nejslavnější cíl jsou gejzíry El Tatio: prohlídka začíná ve čtyři ráno, aby turisti mohli vidět svítání na gejzírech. Tam je také venkovní bazén, kde je voda horká, ale vzduch je velmi chladný, protože je to ctyři tisíc dvě stě metrů nad mořem! Když jsem se dostal ven, zachvěl jsem se, a zatímco jsem se oblékal, sedl jsem si nad svého fotoaparát.

Pohled za úsvitu.

El Tatio, 14. února 2013. Ne, to není stejný bazén!

Pokud myslíte, že život na poušti neexistuje, pak se pletete. Život je všude: rostliny, zvířata. Tady můžete najít hlodavce jako viskačy, z čeledi velbloudovití lamy a guanaka, vikuňy a alpaky, nebo ptáky jako plameňáky. Flamencos žijí kolem obrovské solné pláně, která se jmenuje Salar de Atacama. Blízko pláně je také evropský astronomický observatoř ALMA.

Hejno plameňáků.

Laguna Chaxa, Salar de Atacama, 16. února 2013. © Loreto A.S.

Kolem San Pedra jsou také menší vesničky. Santiago de Río Grande je izolovaná osada uprostřed ničeho, a jedno z mých oblíbených míst. Půda je jíl, ale potok jim dává vodu na zavlažování, proto všechno je červené a zelené. Moje kamarádka a já jsme koupili zeleninu a česnek, pak jsem propašoval ten česnek do Itálie: můj otec ho stále pěstuje v jeho zahradě.

Vrátím se tam někdy?

Pokud máte rádi geologii, divokou přírodu, a ticho, Atacama je místo pro vás. Pět hvězdiček, vysoce doporučeno!

V rozjímání nad krajinou.

Salar de Tara, 15. února 2013: nejvyšší místo, kde jsem byl. © Loreto A.S.

Moniko, velké díky za opravy!

Jan Neruda – Ai Tre Gigli ·

La mia edizione dei Racconti di Malá Strana di Jan Neruda non include U tří lilií. Be’, sono due paginette, l’ho tradotto io.
Il testo originale è di pubblico dominio. Questa traduzione è pubblicata sotto licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.
Il mio ceco letto e scritto è al livello B1, perciò potrebbero esserci errori. Inoltre mi sono preso qualche libertà, perché «tradurre è tradire». Consideratelo come esercizio e omaggio.

Moje vydání Povídek malostranských Jana Nerudy nezahrnuje U tří lilií. Tak, je to dvě stránky, tu povídku jsem přeložil.
Původní text je ve veřejné doméně. Tento překlad je zveřejněný na základě licence Creative Commons Uveďte původ 4.0 Mezinárodní.
Čtu a píšu česky na úrovni B1, proto pravděpodobně tam jsou chyby. Navíc jsem udělal několik změn, protože «překládat znamená zradit». Zvažte to jako cvičení i hold.

Buona lettura! Přeju vám příjemné čtení!

Penso che a quel tempo stessi impazzendo. Ogni capillare fremeva, il sangue ribolliva.
Era una calda ma scura notte d’estate. L’aria sulfurea e morta degli ultimi giorni si era infine condensata in nuvole nere. Verso sera un vento di tempesta le sferzò in avanti, poi venne il rombo di un imponente temporale, crepitò un diluvio, e il temporale e il diluvio durarono fino a tarda notte. Sedevo sotto il portico di legno dell’osteria Ai Tre Gigli, dalle parti della Porta di Strahov. Questa piccola osteria a quel tempo era visitata da numerose persone sempre e soltanto di domenica, quando qui nel salone del pianoforte si divertivano a ballare i cadetti e i soldati. Quel giorno era appunto una domenica. Sedevo tutto solo sotto il portico a un tavolo vicino a una finestra. Poderosi tuoni scoppiavano quasi uno dietro l’altro, il diluvio batteva sul tetto in tegole sopra di me, l’acqua spruzzava a terra in rivoli, e il pianoforte dentro il salone faceva brevi pause per poi ricominciare a suonare. Un momento guardavo dalla finestra aperta le giravolte, e le coppie che ridevano; un momento guardavo di nuovo fuori il cortile buio. Talvolta, quando brillava un lampo piú chiaro, vedevo vicino al muro del cortile e su per il portico bianchi cumuli di ossa umane. Un tempo qui c’era un piccolo cimitero e proprio quella settimana vi avevano dissotterrato scheletri per trasportarli altrove. Il terreno era ancora smosso, le tombe aperte.
Ma restavo attaccato al mio tavolo soltanto per breve tempo. Ogni volta mi ritiravo su e con un passo in un attimo ero alle porte spalancate del salone, per vedere da vicino i ballerini. Ero attirato là da una bella fanciulla di circa diciott’anni. Aveva una linea snella, forme piene che ispiravano calore, teneva fermi sulla nuca i neri capelli sciolti, il viso era rotondo e liscio, gli occhi luminosi – una bella fanciulla! In particolare mi attiravano quei suoi occhi. Chiari come l’acqua, misteriosi come la superficie dell’acqua, cosí innocenti, che richiamavano subito le parole: «è piú facile che il fuoco ne abbia abbastanza del legno e il mare dell’acqua, che una donna dai begli occhi ne abbia abbastanza degli uomini».
Ballava quasi senza fermarsi. Ma si era ben accorta di attirare i miei sguardi. Quando ballava presso le porte dove mi trovavo, mi fissava sempre intensamente, e quando ballava dall’altra parte del salone, vedevo e sentivo che a ogni giravolta legava il suo sguardo a me. Non notai che non parlava con nessuno.
Ero di nuovo là in piedi. I nostri sguardi subito si incontrarono, anche se la fanciulla era l’ultima della fila. La quadriglia si avviava al termine, la quinta figura stava finendo, quando improvvisamente un’altra ragazza accorse nel salone, senza fiato e fradicia. Si fece largo fino alla fanciulla dai begli occhi. La musica aveva appena iniziato la sesta figura. In mezzo alla prima catena la nuova arrivata sussurrò qualcosa alla bella fanciulla e questa annuí silenziosamente. La sesta figura durò un poco piú a lungo, un agile cadetto la guidava. Quando finí, la bella fanciulla diede ancora una volta un’occhiata alle porte sul cortile, poi uscí dalle porte principali del salone. La vidi fuori che infilava una sopravveste per la testa, poi scomparve.
Andai a sedermi di nuovo al mio posto. Ora il temporale sembrava riprendere, come se non avesse ancora fatto rumore; il vento rombava con nuova forza, i lampi battevano. Ascoltavo con eccitazione, ma pensavo soltanto a quella fanciulla, al prodigio dei suoi occhi. E comunque non pensavo a tornare a casa.
Dopo circa un quarto d’ora guardai di nuovo verso le porte del salone. La fanciulla dai begli occhi era tornata. Lisciava il vestito fradicio, spazzolava i capelli bagnati e una qualche comare piú anziana le prestava aiuto.
«E perché sei andata a casa nelle tue condizioni?» le chiese questa.
«È venuta mia sorella.» Ora sentivo la sua voce per la prima volta. Era morbida come la seta, melodiosa.
«È successo qualcosa a casa?»
«Mia madre è appena morta.»
Ebbi un brivido.
La bella fanciulla si voltò e uscí in cerca di solitudine. Era accanto a me, il suo sguardo si era posato su di me, sentivo la sua mano vicino alla mia mano tremante. La presi per quella mano, era cosí morbida.
Silenziosamente guidai la fanciulla piú lontano sotto il portico, lei mi seguí di sua volontà.
Il temporale raggiunse il suo culmine. Il vento scorreva come un torrente, il cielo e la terra strillavano, i tuoni si inseguivano sopra le nostre teste, intorno a noi i morti urlavano dalle tombe.
Si strinse a me. Sentivo il suo vestito bagnato incollarmisi al petto, sentivo il corpo morbido, il respiro ardente – era per me come se dovessi bere via da lei quello spirito maligno!
(1876)

[Ultima revisione: / Poslední revize: .]

S.O.S. – Substance Over Style ·

These days after work I relax by writing, fixing and documenting the stylesheet of this website.
Now it has a name: S.O.S. – Substance Over Style, because you may see that I give more importance to the content than to the layout.
I was never good at CSS, just like I was never good at drawing. That is why I started building Virtualia? from absolute scratch, without any CSS, relying on the browsers’ default values, adding up selectors as needed. But the point came when I had to give the layout some thought, otherwise the content would have become an unreadable mess.

Substance Over Style is an extremely personal layout that complies with my own taste (or lack thereof) and idiosyncrasies. For instance: due to a mild case of (self-diagnosed) OCD, I need to have my text spaced to line up its left and right edges to the left and right edges of the line box, i.e. justified, possibly leaving no orphan widow, not even in the middle of a paragraph. See the word “box” at the beginning of this line? It troubles me a little.
I have been trying to apply some principles of responsive design, in order not to have a broken layout on small screens, but I don’t care much if my website doesn’t look well on smartphones. After all, phones are made for calling and texting. Also I don’t care much about accessibility, of which I have zero knowledge. Not that I happen to visit many really accessible sites around the web, do you? At least mine doesn’t have any annoying pop-ups, banners, or auto-playing videos.
What I care about is to write clean and valid code, adhering to standards and to the principles of semantic web (as far as I understand them).

S.O.S. – Substance Over Style is divided into three parts: the architecture of the page, which is connected to the structure of my HTML code; the block-level elements, into which the text is divided; and the inline-level elements, which add flavour to the text. My typeface of choice is Georgia, which is a modern classic and, more importantly, is on every computer. The calibration is at 16 pixels, which is the common setting. And I want my text to be black-on-white: alba pratalia […] negro semen, as they say in Verona.
To fit in the vast majority of desktop and laptop screens, my box takes up a maximum width of 1200 pixels. I had to add 20 pixels as padding on each side, in order to give some breathing space on small screens. 1200px + 2*20px = 1240px, so that on 1280px-wide screens there is still enough space for a vertical scrollbar. Another valid box would have a maximum width of 960 pixels, in order to fit in 1024px-wide screens. This was my original idea, but then I thought it would look too small on huge monitors.
Actually, when I published my first few posts, the box was set at a width of 1000 pixels, and the size of the font was set at 100% (of 16 pixels). As I realised I had to add padding, I also had to shrink the box to 960 pixels. Due to the above-mentioned OCD, I wanted to keep the layout of those first posts exactly as I had intended it: as a consequence, I reduced the size of the font to 96%. When I expanded the box to its current width of 1200 pixels, as a further consequence I increased the size of the font to 120% 1.20em. As a rule of this stylesheet, I will always keep the ratio between font-size and max-width to 1em per 1000px.
One smart technique of responsive design I apply in S.O.S. is called intrinsic ratio: it allows for embedded content such as YouTube videos to shrink as necessary and still maintain the correct proportions. The same shrinking is performed natively for images. As of today, both images and videos take up to 80% of the width of the box, but I wonder whether this is too much. I also make images load only when you scroll and reach them, so to save some bandwidth (frames for videos are not yet supported).

I test my layout in five different browsers: the always up-to-date Edge (based on Chromium) and Firefox (based on Gecko) on Windows 10, where it looks very much the same; the years-old Chrome 49 and Safari 6.1 (based on WebKit) on OS X Lion, where it looks partially broken but still readable; and Chrome 81 for Android, where it looks OK.

I changed my mind and I rewrote S.O.S. – Substance Over Style so that it is fully responsive.
“Massi’s golden ratio” is defined as 1000 pixels of max-width over 16 pixels of font-size. As font-size gets bigger and bigger on screens above 1024 pixels (modern tablets, laptop and desktop monitors, smart TVs), my layout enlarges accordingly, but internal proportions among elements are kept intact; on screens below 1024 pixels (most mobiles) scalability breaks in favour of readability. If you want to understand what I mean, just resize your browser until it reaches one or more breakpoints.
I have to decide if I want to focus on code maintainability, by serving only one-size pictures regardless of the reader’s viewport, or if I want to increase performance and decrease bandwidth usage, by serving one picture for mobiles and one picture for standard devices. In either case the existing pictures, which I capped at 1024px as a compromise, look too small on wide screens; I will have to resize them from their sources.
In terms of accessibility, I introduced tiny outlines on links and post titles to visualise where the action is: this makes Virtualia? browsable by using the keyboard. There are now invisible permalinks throughout the text, and some basic animations on anchors.
I also made my HTML code more consistent across sections, and more modular. If I ever want to move from a static to a dynamic website, and port the code to PHP, it won’t take me long.

While tweaking the HTML code around pictures, so that Virtualia? serves images responsively, I came across the concept of fluid typography and the clamp() function. So I tweaked the CSS code as well, so that responsiveness is fluid, which means that everything scales linearly and continuously with the change of the viewport’s width, not discretely when it reaches breakpoints. This is thanks to a single line that replaces thirty lines of @media queries:

font-size: clamp(16px, 1.25vw + 3.2px, 32px);

font-size takes the value of 1.25% of the viewport’s width, plus 3.2 pixels; but cannot run below 16 pixels and above 32 pixels.
“1.25vw + 3.2px” is the arithmetic reduction of the equation “font-size = (100vw / (62.5 + 1.5)) - ((100vw - 1024px) / 320)”. The first half calculates the size: “100vw” is the viewport’s width, “62.5” is my golden ratio, “1.5” leaves space for a vertical scrollbar. The second half slows the increase down as the viewport gets wider: “1024px” is the scalability breakpoint, “320” is an arbitrary parameter.

  • Below 1024px font-size = 16px, and my box is whatever the viewport allows (minus some tiny padding).
  • At 1024px font-size = 16px, my box is 1000px wide, images and videos are 800px wide.
  • At 1280px font-size = 19.2px, my box is 1200px wide, images and videos are 960px wide.
  • At 1536px font-size = 22.4px, my box is 1400px wide, images and videos are 1120px wide.
  • At 1920px font-size = 27.2px, my box is 1700px wide, images and videos are 1360px wide.
  • At 2048px font-size = 28.8px, my box is 1800px wide, images and videos are 1440px wide.
  • At 2304px font-size = 32px, my box is 2000px wide, images and videos are 1600px wide.
  • Above 2304px font-size = 32px, and my box is fixed at 2000px.

Geografie ·

C’è questa canzone, Tri mestá, immediatamente riconoscibile per la linea di basso, di un gruppo indie-pop slovacco che si chiama Tolstoys. Già dal nome è intuibile che la band è il veicolo artistico della cantante, Ela Tolstová, che è nata a Bratislava, vive a Praga, e incide a Berlino. Cambio tre città, anche se dormo soltanto in una canta Ela, e le elenca: Jericho, Londýn, Bullerbyn.
Quando i Tolstoys diventeranno piú famosi dei Beatles, i critici letterari che studieranno le liriche di Ela Tolstová identificheranno “Gerico”, la città primigenia, con Bratislava; “Londra”, il centro culturale, con Praga; e “Bullerbyn” (da Astrid Lindgren), per assonanza, con Berlino. Sbaglieranno. Sono soltanto luoghi che le piace visitare, due bar e una strada, luoghi del cuore che diventano metafora del suo pendolarismo, l’essere ovunque e il non essere a casa in nessun posto.

Striedam tri mestá, a neviem ktorému z nich dnes patrím.

No, in questo mio scritto non mi lamenterò di non sentirmi a casa in nessun posto. Al contrario, oggi Brno je domov, e ho provato a mostrarlo ai miei genitori quando sono venuti a trovarmi ai primi di settembre. Ho fatto loro da guida in centro e in mete turistiche: Zelný trh, Lužánky, Prýgl. E li ho anche portati a visitare località piú personali. Volevo che intuissero cosa significano per me il tal sentiero, il tal ponte, il tal colle. Non penso di esserci riuscito, perché non c’è niente di meno conoscibile dei luoghi del cuore di qualcun altro.

Ognuno di noi ha una propria geografia.
Come troppi mandrogni sono cresciuto e ho vissuto in pochi chilometri quadrati: «od Pisty ke Galimbertom je tisíc krokov», canterebbe Ela. Ma sono un mandrogno di prima generazione e le mie radici familiari sono altrove: Alto Monferrato, a destra della Bormida, un borgo ai piedi di un castello, un nucleo di cascine che guarda il borgo dall’alto in basso. Non ci vivrei (se i miei genitori ne sono venuti via, ci sarà un motivo) ma è il mio “paese pavesiano”. Toponimi contadini come ir Buè, Caponere, ra Gat-a, non li si trova su Google Maps, eppure evocano memorie e sensazioni vivissime, che possono essere comprese da decine di compaesani.

Corso d’acqua buio e stretto fra due rive di vegetazione incolta.

Rio Budello, 12 agosto 2001.

Se menziono Argyle Square, the Black Stairs, Trinkie, non mi comprende nessuno.
Non sono affatto località esotiche, ma ho subito perso contatto con le persone con cui ho condiviso la mia breve esperienza lassú in Caithness. Potrei provare a descrivere quella certa nebbia novembrina, le pietre nere e lucide sotto i lampioni, la brezza bagnata che dal mare del Nord penetrava fra le vie di Pulteneytown fin dentro le ossa. Il mio interlocutore andrebbe a ripescare nei propri neuroni le nebbie dei posti suoi, e un’immagine errata di sampietrini, e rabbrividerebbe di un freddo che non è il medesimo. Oggi Wick è soltanto mia. Fra coloro che ho intorno vi è transitata Freya, ma non ne conserva il ricordo: per me è stata home, per lei è uno shithole qualunque. Invece piú giú, in Sutherland, c’è Brora: per me è stata una stazione qualunque sulla Far North Line, per lei è la spiaggia dove suo marito le ha chiesto di sposarla.

Sole che sorge sulla linea dell’orizzonte.

Alba su Trinkie, ore 9 GMT, 15 dicembre 2013.

L’anno scorso ho vagliato il curriculum di una ragazza che viveva in una via di Alessandria dove portavo a spasso Billi. Se si fosse degnata di rispondere all’invito, e avesse superato il colloquio, e l’avessi assunta qui a Brno, quanti e quali luoghi del cuore avremmo avuto in comune?
Quando mi sono trasferito a Brno non conoscevo niente e nessuno. Il mio unico riferimento era la sede dell’azienda, nel Technologický Park di recente edificazione alla periferia nord. Per comodità ho cercato una pensione nelle vicinanze, e per questo motivo il mio imprinting è stato con Královo Pole, un quartiere borghese, arioso e relativamente ricco. Trovando un appartamento in Medlánky e poi traslocando in Jundrov la mia geografia si è espansa a toponimi di transito dai diacritici impossibili: Bystrc, Komín, Řečkovice, Veveří, Žabovřesky. Il mio baricentro è da queste parti. E alcuni dei luoghi che citerei in una canzone sono Alfa Pasáž, Holedná, Husitská, Jundrovský most, Kapucínské náměstí, Klub Cestovatelů, Medlánecké kopce, Slovanské náměstí, stadion Srbská, Svratka, Vila Löw-Beer, Wilsonův les.

Campi e boschi visti dalla sommità della collina.

Medlaňák, 6 settembre 2016.

E ancora ci sono quelle località in cui sono stato una, due volte, forse mai piú. Il kebabbaro in Tiergarten e la U-Bahnhof Eberswalder Straße, il caffè sul lago di Santa Caterina e il giardino Muzio de Tommasini, Santiago de Río Grande e la fermata della corriera sulla Panamericana, no man’s land fra le linee dell’armistizio del ‘48 e lo svincolo fra la Kvish Ahat e la Kvish Arba-Ahat-Sheva.

Ognuno di noi ha una propria geografia, e una propria meravigliosa toponomastica compilata dai casi della vita.
Quando mia nonna era in clinica, con un femore rotto e i primi segni di demenza senile, guardava fuori dalla finestra sorridendo, e affermava di poter vedere la collina su cui era nata. Con quali toponimi io farò impazzire la mia badante, quando verrà il momento?
Ed Ela Tolstová be’, è giovane, farà ancora in tempo ad aggiungere altri luoghi del cuore alla sua lista prima di capire a quale città appartiene. Casa è dove ci sono l’acqua calda, una connessione Internet, la Nutella, e un cespuglio di gratachí / rosa canina / dog rose / růže šípková.

Cespuglio di rosa canina.

Cassen-e dl’Orsera? Pulteneytown? Medlánky? Kterému z nich ta křovina patří?

Quattro personaggi ·

Meme: descrivi la tua personalità con quattro personaggi TV e tagga quattro persone.

Quattro fermoimmagine.

Daniel Faraday – Lost
Joel Fleischman – Northern Exposure
Walter Schweppenstette – Deutschland 83/86/89
Paris Geller – Gilmore Girls

Sbrecciature ·

Busta ricevuta dall’Ambasciata d’Italia a Praga, su cui cade l’ombra a strisce della tenda alla veneziana.

Ho tracciato la mia croce due settimane fa, nella cabina elettorale della cucina.
“Sí” o “No”, cambierà poco, e il mio voto è un gesto inutile, una stampella gettata contro la Rivoluzione Culturale dei Cottolengo.
Hanno già vinto.

Oggi è anche il 150° anniversario della presa di Roma, ovvero l’annessione della capitale all’Italia e la fine del potere temporale della Chiesa.
Non c’è stata alcuna celebrazione ufficiale, non sia mai.

Internet explorer #3 ·

Corriere della Sera › Per fare davvero smart working serve un nuovo capo: ecco perché, di Massimo Sideri.
Il caporedattore della sezione Innovazione del quotidiano italiano piú prestigioso e venduto, ed edito nella “capitale economica” del Paese, confonde smart working e telelavoro, e ovviamente scrive che non si può fare senza un nuovo funzionario con il suo bel titolo nobiliare in inglese farlocco. La mia multinazionale un chief smart working officer non ce l’ha, eppure da HR dall’ufficio del personale della nostra filiale ci assicurano che lavorando da casa la produttività non è diminuita, anzi.

Terminologia etc. › Lavorare da casa non è smart working!, di Licia Corbolante.
Sulla differenza fra agile working, flexible working, smart working ≈ lavoro agile, e remote working, working from home ≈ telelavoro.

The New York Times › Parents Got More Time Off. Then the Backlash Started., by Daisuke Wakabayashi and Sheera Frenkel.
Sulla flessibilità da garantire ai lavoratori con figli piccoli, e sulla disparità percepita dai colleghi.

Pick A Place Get Lost › Puzzle #12. Quarantine Zoom, by Giorgia Cavicchia.
Su le gioie (?) del lavorare da casa, i link di Zoom e cosa fare della quotidianità ‘post-lockdown’ in cui viviamo (leggi in italiano).

Scene da un matrimonio ·

On Her Majesty’s Secret Service è un bel film drammatico-sentimentale di venti minuti, di quelli da lacrimoni, che passa per un film d’azione soltanto perché il protagonista è l’Agente 007 e perché in mezzo ci sono due ore di memorabili inseguimenti a intrattenere il pubblico. È poco conosciuto e poco considerato per colpa di George Lazenby, che sí è un cane per quasi tutta la pellicola, ma che dà a James Bond un’autentica vulnerabilità (quella che i critici s’inventano quando tentano di tessere le lodi di Daniel Craig), e che riscatta l’intera intepretazione nel finale.

[O]ne of the best things he ever did was when she’s shot. We got up there at eight in the morning, I insisted he was on set, I sat him in the car and made him rehearse and rehearse all day long, and I broke him down until he was absolutely exhausted, and by the time we shot it at five o’clock, he was exhausted, and that’s how I got the performance.

La storia fra James Bond e Teresa Draco Tracy di Vicenzo è semplice: lui salva lei dal suicidio, il padre di lei gliela “offre” per proteggerla da se stessa, lui rifiuta ma s’innamorano, lei salva lui da Blofeld, si sposano. La critica femminista è stata sempre (giustamente) feroce verso 007, ma nel 1969 questo è quanto piú si potesse avere come relazione alla pari.
La loro storia funziona perché Tracy non è la classica Bond girl: non è la bambolona di turno, non fa parte del mondo di 007, dà l’impressione di vivere una propria travagliata esistenza anche al di fuori del film. Il montaggio che ci mostra l’innamoramento reciproco è girato da lontano ed è completamente slegato dalla trama: per due minuti Bond non è un agente segreto ma un uomo qualunque, completamente cotto.

Contribuiscono al successo del dramma la colonna sonora di John Barry con la voce di Louis Armstrong, e la scelta di Diana Rigg come attrice co-protagonista. Diana Rigg, morta ieri, a differenza di George Lazenby era già un’attrice teatrale e televisiva affermata, e una delle icone della swinging London. Il copione e il regista non le chiedono molto, in termini di recitazione: le basta essere sullo schermo, meno appariscente di una qualsiasi degli “angeli della morte” di Blofeld, ma con la sua personalità abbacinante, per cuocere Bond e lo spettatore.

Diana Rigg nei panni di Tracy di Vicenzo in una scena del film.

James e Tracy vanno a nozze con la benedizione dell’MI6 e della mafia còrsa. Catering da cinque stelle su Matrimonio.com. Evviva gli sposi!

Hanno tutto il tempo del mondo.

Kyselak, mon semblable, mon frère! ·

Josef Kyselak fu un travet nella Vienna della prima metà del diciannovesimo secolo, che pubblicò un diario dei suoi viaggi per i territori dell’Impero Austriaco. È conosciuto per essere stato il primo graffitaro seriale della Storia: ovunque andava, scriveva il suo nome sui muri.

Graffito «I Kyselak 1829».

Hrad Veveří, 4 settembre 2020.

A lui Claudio Magris ha dedicato un capitolo del suo Danubio, che mi permetto di ricopiare per intero.

È stata forse la fugacità del fiume a suggerire, per contrappunto, al signor Kyselak, assistente al registro presso la camera di corte a Vienna, nel primo Ottocento, e solerte viaggiatore a piedi, un’ambizione di eternità, la smania di opporre a quelle acque fuggitive qualcosa di stabile. Purtroppo non gli venne in mente niente di meglio del suo nome e cosí egli si mise a tracciare il suo autografo J. (Josef) Kyselak, a grossi caratteri neri e con indelebile colore ad olio, durante i suoi vagabondaggi lungo le rive del Danubio, soprattutto nella zona di Loiben e fra i vigneti della Wachau. Lo scriveva sulle cose, ad esempio su pareti di roccia. Come tutti coloro che imbrattano le colonne greche o la cima delle montagne, Kyselak aspirava a una piccola immortalità e l’ha raggiunta. Gerhard Rühm e Konrad Bayer, due poeti della mitica Wiener Gruppe, l’avanguardia letteraria del secondo dopoguerra in parte inventata a posteriori, lo immaginano tutto preso da questa smania totalizzante, intento a vergare la sua firma con perfezionismo calligrafico sempre piú esigente, con una mania degna di quella divina che il platonico Ione vedeva nella poesia.
Certo la fuga delle acque è piú magnanima di quella fissità megalomane. Sarebbe stato meglio se Josef Kyselak avesse scritto sulla faccia del mondo – o, piú modestamente, della bella regione della Wachau – un nome altrui, quello di una persona amata, o una di quelle parole senza senso che si ripetono come una formula magica: certo egli sarebbe stato piú grande se fosse andato in giro a cancellare il suo nome anziché a scriverlo. Ma l’assistente al registro era un continentale, un uomo di terraferma, nonostante le sue escursioni nei paraggi danubiani, e per saper essere Nessuno, come Ulisse, occorre forse il mare. La Mitteleuropa è terragnola, alpenstock e abiti di pesante panno verde, meticoloso ordine di erari e cancellerie: civiltà di chi ha perduto la familiarità con l’elemento liquido, con l’amnios materno e con le antiche acque originarie, e non si spoglia facilmente, perché senza giacca, confine, grado, distintivo e numero di registro si sente esposto e a disagio.
La Mitteleuropa è una grande civiltà della difesa, delle barriere opposte alla vita da Josef K. o dal dottor Kien, delle trincee e dei cunicoli scavati per proteggersi dagli assalti esterni. La cultura danubiana è una fortezza che offre grande rifugio quando ci si sente minacciati dal mondo, aggrediti dalla vita e timorosi di perdersi nella realtà infida, sicché ci si chiude in casa, dietro le carte e i protocolli dell’ufficio, nella biblioteca, intorno all’abete natalizio di Stifter, chiusi nel ruvido e caldo loden. Fra quattro mura, si ha bisogno di vedere scritto il proprio nome nei ruoli della burocrazia e forse anche di scriverlo sui muri, come Kyselak.
Il mare invece è l’abbandono al nuovo e all’ignoto, affrontare il vento ma anche lasciarsi andare all’onda. In qualunque porticciolo, con una vecchia camicia e le pietre che scottano sotto i piedi, la mano tesa a ricevere con noncuranza il piacere e l’amore, che non devono farsi faticosamente strada fra i cappotti o le cure dell’inverno, si è pronti a salire sulla prima barca e a sparire, come quei personaggi di Conrad che, usciti dalla capitaneria, si dileguano nell’immensità della costa del Pacifico, inghiottiti dall’innumerevole vita delle sue migliaia di chilometri. Il continente mitteleuropeo è analitico, il mare è epico; sulle rotte di quest’ultimo s’impara a liberarsi dall’ansia di Kyselak, smanioso di riconfermare continuamente la propria identità.
Kyselak ha scritto, nel 1829, anche due volumi di schizzi di viaggio, che valgono molto meno dei suoi autografi. In battello, sul Danubio, l’impiegato al registro si lamenta della trivialità dei passeggeri, garzoni, domestiche, venditori ambulanti, barcaioli. Egli rivela la volgarità di quei turisti i quali vorrebbero luoghi incontaminati e credono che solo gli altri li contaminino. Kyselak si reputa l’unico di nobile sentire, capace di apprezzare l’autentico. Gli altri sono «semiuomini», massa stupida e bruta, di cui egli non sospetta di far parte.
Kyselak è uno di quegli spregiatori di masse, numerosi anche oggi, i quali, pigiati l’uno accanto all’altro nell’autobus affollato o sull’autostrada intasata, si ritengono, ognuno, abitatori di sublimi solitudini o di salotti raffinati e disprezzano, ognuno, il vicino, ignari di venire ripagati con eguale moneta, oppure gli strizzano l’occhio, per fargli intendere che, in quel pigia-pigia, soltanto loro due sono anime elette e spiritose, costrette a condividere lo spazio col gregge. Questa sufficienza da capufficio, che proclama «Lei non sa chi sono io», è l’opposto della vera autonomia di giudizio, di quella fierezza che c’è in Don Chisciotte quand’egli, disarcionato, mormora «So io chi sono» e che non si accompagna mai al facile e indifferenziato disprezzo per il prossimo.
La standardizzata altezzosità nei confronti della massa è un comportamento tipicamente massificato. Chi parla della stupidità generale deve sapere di non esserne immune, perché anche Omero ogni tanto s’appisola; deve assumerla su di sé come rischio e destino comune degli uomini, conscio di essere qualche volta piú intelligente e qualche volta piú sciocco del suo vicino di casa o sul tram, perché il vento soffia dove vuole e nessuno può mai essere certo che, in quel momento o un attimo dopo, il vento dello spirito non lo abbandoni. I grandi umoristi e i grandi comici, da Cervantes a Sterne o a Buster Keaton, fanno ridere della miseria umana perché la scorgono anche e in primo luogo in se stessi, e questo riso implacabile implica un’intelligenza amorosa del comune destino.
La stupidità è anche un fatto epocale, assume forme e connotati a seconda della stagione storica e quindi insidia e riguarda ognuno, non soltanto gli altri, come credeva Kyselak. Lo scrittore sprezzante che sembra irridere indiscriminatamente tutti, in realtà non ferisce nessuno, perché si rivolge ad ogni suo lettore facendogli credere di ritenerlo l’unico intelligente in una massa di beoti, ma si rivolge in tal modo alla massa di lettori. La tecnica ha in genere successo, perché il lettore può sentirsi solleticato da questa eccezione che lo spregiatore degli altri fa nel suo caso, senz’accorgersi egli la fa, appunto, per ognuno. Ma la vera letteratura non è quella che lusinga il lettore, confermandolo nei suoi pregiudizi e nelle sue sicurezze, bensí quella che lo incalza e lo pone in difficoltà, che lo costringe a rifare i conti col suo mondo e con le sue certezze.
Non sarebbe male se chi inclina a ritenere «semi-uomini» i propri vicini prendesse la penna, come Kyselak, solo per scrivere il proprio autografo. Chissà, forse ricopiando quei ghirigori finirebbe per svuotare di senso il suo nome come una parola ripetuta tante volte, per dimenticarsene e deporre ogni presunzione, per diventare Nessuno.

Pátý roční období ·

Pravda a krása hluk nedělají.

L’insoutenable légèreté de l’être ·

Ici à Brno, dans le quartier de Královo Pole, au numéro 6 de rue Purkyňova, il y a un studio de yoga. Si le numérotage n’est pas changé, dans la même maison, il y a plus de quatre vingt dix ans, Milan Kundera est né. Le romancier, qui vit en France et est longtemps devenu français, n’est pas très populaire en Tchéquie. C’est une longue histoire. Une biographie controversée vient d’être publiée, selon laquelle – entre autres – dans la jeunesse il était un collaborationniste des communistes.
Je n’avais rien lu de Kundera. L’automne dernier, ayant commencé un nouveau cours de français après vingt ans, je voulais lire quelque chose dans la langue: quoi de mieux qu’un écrivain, euh, concitoyen, et son œuvre la plus célèbre?

I’m not the smartest guy in the world, but I’m certainly not the dumbest. I mean, I’ve read books like The Unbearable Lightness of Being […] and I think I’ve understood them. They’re about girls, right?

Ça m’a pris plus de six mois.

L’insoutenable légèreté de l’être est un roman philosophique. Il suit la vie libertine de quatre personnes après la Printemps de Prague, sous l’occupation soviétique et en exil, mais l’intrigue n’est rien d’autre qu’un prétexte pour l’auteur à faire ses considerations sur l’existence. Kundera écrit lui-même que ses personnages n’ont aucune importance, mais c’est une terrible erreur, car c’est plus difficile d’évaluer ses idées en lisant de quatre mannequins.
Kundera est un nihiliste: on a seulement une vie à vivre, donc tout choix qu’on fait, on n’a pas aucun moyen de savoir s’il était le choix correct, donc pas de choix fait du sens. Si rien fait du sens, c’est quoi qui nous reste? La morale? L’engagement politique? L’amour? Le plaisir?
Je pense que, comme Rob Gordon dans Haute Fidélité, de ce livre j’ai compris très peu. Je dois le relire, mais avant ça je dois lire Nietzsche.

H/T Valentina.

Really Simple ·

Ispirato da un post scovato via Cory Doctorow (il cui weblog ha il familiare sottotitolo No trackers, no ads. Black type, white background.) ho deciso di dotare Unreliable Narrator di un feed RSS: https://feed43.com/virtualia.xml.

Un feed è una pagina di codice che raccoglie il contenuto di una pagina web in un formato piú facilmente elaborabile da un computer.
È molto semplice dotare di feed un sito generato da un CMS, perché il contenuto è estratto al volo dallo stesso database. Piú difficile è dotare di feed un sito compilato a mano, byte dopo byte. Potrei creare un file apposito, salvarlo sul mio server come feed.xml, e copincollare i post a ogni aggiornamento. Per ora ho preferito affidarmi a Feed43, che estrae il contenuto del blog con un algoritmo. Il servizio di base è gratuito e rigenera il feed ogni sei ore.
Questo Ferragosto, giocando con l’algoritmo di Feed43, ho capito che il codice HTML semantico di tutto Virtualia? poteva essere migliorato (e non sono ancora soddisfatto). Allo stesso tempo ho dato un’aggiustatina al codice CSS.

«Sí, OK, ma ‘sto feed RSS a cosa serve?» A chi pubblica contenuto serve a distribuirlo con piú efficacia. Ai lettori serve a risparmiare tempo e traffico dati, ad aggirare pubblicità e spam, a lasciare meno tracce. Nel primo decennio del secolo (l’era dei blog) i feed reader erano popolari e integrati in ogni browser. A poco a poco, “i giganti del web” hanno sottratto agli utenti questo strumento di scelta. È ora di riprenderselo.

Spending warm summer days indoors
Writing frightening verse syndication feeds

Ho cambiato idea in fretta. Ho abbandonato Feed43 e il formato RSS, per adottare la soluzione autarchica e lo standard web Atom.
Aggiornate i vostri aggregatori: http://massimiliano.farinetti.eu/feed.xml!

I racconti di Malá Strana ·

Comprai questo volume quando andavo al liceo, scegliendolo per caso fra gli usati polverosi del Libraccio. Allora mi piacque molto, e gli devo riconoscere un ruolo formativo nel mio gusto di fruitore di letteratura e televisione: la vita quotidiana di una piccola comunità, la descrizione empatica di personaggi appena abbozzati che rappresentano i tratti caratteristici dell’umanità intera. Negli anni il mio piacere nel rileggerlo ha sofferto di un singolare caso di diminishing returns, ma resta uno dei miei libri del cuore, e l’ho traslocato a Brno come gemma della mia československá knihovna.

La storia editoriale italiana dei Povídky malostranské comincia nel 1930, con la traduzione di Jolanda Veselá Torraca pubblicata dall’editore Slavia di Torino. Il volume fu ri-pubblicato tale e quale dall’editore Marietti di Casale Monferrato nel 1982: è il libro che ho in mano, e la cui scheda ho inserito io stesso su Anobii. Una terza edizione fu ri-ri-pubblicata da Marietti nel 1995, e recensita dal boemista Giuseppe Dierna, che fece notare l’omissione storica di due racconti significativi: Týden v tichém domě e U tří lilií.
Quel che posso notare io, da lettore con una minima conoscenza della lingua ceca, è uno strano approccio all’ortografia. A partire dal titolo e dal cognome della traduttrice, che perdono quell’accento acuto che indica la lunghezza della sillaba (“Mala Strana” in luogo di “Malá Strana”, “Vesela” in luogo di “Veselá”). In generale, tutte le vocali sono maltrattate (“Stare Mjesto” in luogo di “Staré Město”), ma le consonanti hanno tutti i diacritici al loro posto. Chissà perché.

Un bello e breve saggio su Jan Neruda e i suoi Racconti l’ha scritto Roberto Reale su PoloniCult; v’invito a leggerlo.

Ať mně přijde Neruda ještě jednou s nějakou „povídkou malostranskou“!

Wayfaring neznámá ·

L’interno del ristorante è fresco perché buio, tanto che deve togliere gli occhiali da sole. Ai rustici tavoli di legno non siede nessuno, ma all’ora di pranzo di una domenica di luglio non si aspettava un pienone. I pochi avventori, se ci sono, siedono nel cortile sul retro. Decide di andarci anche lei, sarà piú caldo e umido, ma fuori c’è brezza e potrà sopportarlo. Alle previsioni del tempo dicevano che nel pomeriggio pioverà.
Passando vicino alla tenda della cucina sente uno sfrigolio di pentole. C’è odore di legumi e spezie, ma niente di esotico o che non sia tipico della cucina nazionale: ceci, cumino dei prati, zenzero. Sulla soglia incrocia un giovane scalzo che la saluta, dev’essere un nuovo cameriere per la stagione estiva.
Il cortile è protetto dalla vista dei palazzi intorno da una siepe di cipresso incolore. Al tavolo d’angolo sulla sinistra siede un uomo mal rasato che indossa una maglietta gialla, la calvizie incompleta indica che è all’incirca un suo coetaneo. L’uomo sta mangiando un kebab di pollo con pita e verdure, a lato ha una scodellina di salsa allo yogurt e un boccale di birra mezzo vuoto. Incrocia e sostiene il suo sguardo, poi si volta. All’angolo opposto due donne e un uomo stanno osservando e indicando immagini sullo schermo di un computer portatile. Decide di sedersi al secondo tavolo sulla sinistra, dando le spalle all’uomo solo.

Appoggia la borsetta color crema accanto a sé. Dopo un momento il giovane cameriere le porta il menu, quello solito con in copertina la foto del berbero cotto dal sole. Non ha bisogno di altro tempo per scegliere, controlla soltanto che ciò che vuole ordinare ci sia ancora. Quando nei weekend lei e Pavel si alzavano tardi, e nessuno dei due aveva voglia di cucinare, questo era uno dei ristoranti del quartiere che visitavano piú spesso. Ordina un’insalata di makdous con una ciotola di basmati, e un succo di mango.
Non sa se attribuire il suo vago malessere alla giornata di ieri trascorsa sotto il sole in piscina, o alla slivovice gelata che ha bevuto a digiuno alla sera, o a entrambi, comunque quest’oggi niente alcool. Starnutisce due volte, estrae un fazzoletto di stoffa dalla borsetta, e si soffia il naso facendo un po’ di rumore. Forse ieri in piscina ha davvero preso troppo sole.
Stamattina al risveglio ha constatato senza sorpresa che la metà del letto di Pavel era vuota. Si è alzata senza fretta, ha preso un tè ascoltando il radiogiornale, ha fatto una doccia tiepida, ha indossato quel vestitino blu scuro con le spalline e la stampa a fiorellini bianchi e ha calzato quei sandali di sughero che aveva acquistato per la loro vacanza in Giordania, ed è uscita a passeggiare per i giardini di Slovanské náměstí.

Quando la bevanda viene servita lei non se ne accorge. Ormai era tardi per farsi rimborsare il viaggio, ma avrebbe dovuto rinviare all’autunno queste due settimane di ferie. Ora si trova con troppo tempo libero e nessun piano, e nessun’amica per i viali di Královo Pole, e troppi pensieri su quel che lui le ha confessato un mese fa.
Arrivano l’insalata etnica e il riso di contorno. Li attacca con un’apparente voracità che si consuma dopo poche forchettate. Adagia le posate sulle quattro e venti, sbadiglia, e stiracchia le braccia all’indietro con lentezza e voluttà. Va quasi a toccare il tavolo alle sue spalle, facendo tintinnare i due bracciali dorati al polso destro. Dal polso sinistro slaccia un orologio col quadrante tondo blu. I capelli ricci castani li libera dal fermaglio di plastica che li teneva prigionieri, scuotendo lievemente la testa.

Sospira, e pensa fra sé e sé: «Come cazzo ha fatto Pavel a mettere incinta quella stronza durante la quarantena

L’uomo dalla maglietta gialla si è informato sui gusti dei gelati fatti in casa: caramello, cetriolo, gin tonic. All’angolo opposto hanno finito di concordare le tappe di un prossimo tour della Patagonia. Lei ferma il cameriere, si scusa sorridendo per il piatto quasi intatto, sí era troppo, no non vuole il pacchetto degli avanzi, e chiede il conto. Quindi infila il fermacapelli e l’orologio nella borsetta, si alza senza attendere, e scompare nel fresco buio del ristorante.

Oh, Vienna! ·

Sono uscito dai Brno city limits soltanto perché avevo un buono Flixbus da 25 € in scadenza, e non sono neanche riuscito a spenderlo tutto.
È piovuto per la gran parte dei miei due giorni. E per le vie del borgo / dal verde Donaukanal / va l’aspro odor di fogna / le narici a saturar.

Graffiti e murali presso la navestazione Vienna City.

Semper memento.

Gli opulenti monumenti imperiali mi lasciano indifferente, ma vado matto per l’architettura borghese della seconda metà dell’Ottocento.
Quando vinco alla lotteria mi compro un appartamento in Josefstadt, con vista sulla piazzetta all’incrocio fra Tulpengasse e Wickenburggasse.

Piazzetta all’incrocio fra Tulpengasse e Wickenburggasse.

Foto di fine luglio 2017, un giorno che non pioveva cani e gatti.

«We thought you were the museum kind of guy.» No, preferisco fare colazione nei caffè guardando fuori dalle vetrate i locali che si affrettano, andare a zonzo senza cartina fino a perdermi in periferia, sedermi sulle panchine a riprendere fiato, rispondere in ceco\slovacco alle lingére che mi chiedono se ho da accendere, scattare foto con macchine usa-e-getta alle turiste squattrinate, fare ciao ai bambini simpatici.

Teoria di volte a crociera sorrette da pilastri in pietra e marmo.

Portico della Chiesa dei Minoriti “Madonna della Neve”. Sai questa chiesa a chi piaceva tanto?

Nessuna traccia di Céline.

La cancel culture e io ·

Guarda il medesimo monologo doppiato in italiano.

Lo scorso weekend ho rivisto Fahrenheit 451 di François Truffaut.

Del romanzo di Ray Bradbury che ho letto due decenni fa non ricordo niente. Il film non caratterizza Montag in modo convincente ma mostra tre sequenze memorabili: il dramma televisivo che interagisce con la spettatrice rincitrullita, gli auto-esiliati che recitano ad alta voce il libro che hanno scelto di preservare, e il sacrificio della donna che preferisce bruciare insieme all’intera biblioteca.
Il rogo della donna sulla sua pira di carta è preceduto dal monologo che si può vedere all’inizio del post. In questi tempi le parole che Truffaut ha messo in bocca al capitano Beatty si prestano a diverse interpretazioni. Quella classica è ovviamente la denuncia dei regimi totalitari che censurano la letteratura per limitare il pensiero critico. Quella liberale è il rifiuto di un’uguaglianza raggiunta per mezzo dell’annullamento delle individualità (we’ve all got to be alike, the only way to be happy is for everyone to be made equal, in italiano «uno vale uno»).
Un’interpretazione contemporanea e controversa, quando non banalmente reazionaria, è la profezia di un futuro in cui le minoranze (etniche, politiche, sociali) tentano di rivalersi sulla maggioranza, rimuovendo o distruggendo opere culturali che ritengono offensive perché celebrano eventi o personaggi simbolo di oppressione: libri, sí, ma anche film o statue.

Fahrenheit 451 sarebbe quindi una profezia di quella che gli Americani chiamano cancel culture. Non trovo una definizione del fenomeno che mi soddisfi, ma si tratta della fazione rivoluzionaria di quella cultural war che nel mondo anglosassone contrappone i liberal ai conservatori, ed è la stessa fazione che negli anni scorsi ha inventato i concetti sociologici dei safe spaces e dei trigger warnings.
L’esempio piú noto di cancel culture è avvenuto a giugno sotto gli occhi dei lettori del New York Times: un senatore Repubblicano ha scritto un contro-editoriale che auspicava l’impiego dell’esercito per fermare le proteste seguite all’assassinio di George Floyd; l’ala progressista della redazione ha chiesto la testa del direttore delle pagine delle opinioni, che si è dimesso (o è stato “cancellato”, direbbe qualcuno).
Se io fossi un lettore statunitense apprezzerei di vedere i Repubblicani auto-esporsi come fascisti, perciò considero la risposta dei giornalisti di sinistra del NYT come sbagliata da un punto di vista tattico oltre che deontologico. E subito da destra sono state lanciate unite e compatte le accuse di censura, spostando l’attenzione del pubblico lontano dai politici che vogliono muovere guerra ai loro stessi elettori.

A voler sintetizzare tantissimo una cosa lunga e complessa, per citare lo spiegone del Post, da una parte si sta svolgendo un feroce dibattito fra intellettuali su identità, liberalismo, progressismo; dall’altra parte le posizioni piú estreme in tale dibattito sono prese come pretesto per ammonire su una presunta “dittatura del politicamente corretto”, e usate come clava per reprimere le giuste rivendicazioni delle minoranze.
(Riconosco che certi rappresentanti delle minoranze, nel trovare esempi sempre piú fantasiosi di oppressione percepita, rendono facilissima la retorica reazionaria.)

Ora, cosa c’entro io con la cancel culture?

Nel 2007 un libro di 800 pagine riccamente illustrate fu spedito gratuitamente in decine di migliaia di copie a istituzioni, scuole e università di tutta l’Europa occidentale. Il titolo italiano era Atlante della creazione e l’autore Harun Yahya, pseudonimo del fondamentalista islamico Adnan Oktar. Il volume attirò l’attenzione per il suo contenuto creazionista e anti-scientifico, e per l’elevato costo stimato per la produzione e divulgazione. Era né piú né meno che un’opera di propaganda dai finanziatori ignoti, e come tale fu trattato dalla comunità scientifica.
La comparsa del libro di Oktar sulla scena culturale non era casuale. Era il periodo degli “scontri di civiltà”: non soltanto oriente vs occidente o Islàm vs Cristianesimo, ma anche religione vs scienza e superstizione vs razionalità. Di lí a qualche mese ci saremmo divisi sull’opportunità che Benedetto XVI, massimo proponente di una verità rivelata, tenesse una lectio magistralis alla Sapienza, luogo di scambio di opinioni.
Il volumone fu spedito anche alla biblioteca della Facoltà di Scienze dove studiavo, che lo accettò senza batter ciglio. Secondo un articolo della giornalista scientifica Silvia Bencivelli, [fu catalogato] nel bollettino delle novità, [e posizionato] tra due grandi classici dell’evoluzionismo: L’idea pericolosa di Darwin […] del filosofo Daniel Dennett, e Il pollice del panda, un saggio […] del grande scienziato Stephen Jay Gould.

Ai miei occhi, allora come oggi, il fatto poneva due problemi. Il primo: o la biblioteca della facoltà aveva consciamente messo sul medesimo piano un libro creazionista e saggi di biologia evoluzionista, o in biblioteca non erano capaci di distinguere fra un libro creazionista e saggi di biologia evoluzionista; in entrambi i casi, c’era da dubitare della qualità del servizio. Il secondo: il nome dell’università era stato associato alla propaganda di uno scrittore antisemita e cospirazionista, e a un’ideologia che negava gli stessi principi su cui le università si fondano; qualora la notizia si fosse diffusa oltre a una paginetta del Manifesto, sarebbe stato un danno per la reputazione dell’università e dei suoi studenti.
Scrissi un’e-mail al professore del mio corso di laurea che sedeva nel consiglio di biblioteca, esprimendo i miei timori e attribuendo l’errore a una disattenzione del bibliotecario-capo. Non ricordo se chiesi la rimozione del volume. Il professore inoltrò la mia e-mail senza commentarla al bibliotecario-capo, che mi rispose dandomi del censore che faceva uso di «affermazioni apodittiche». Lasciai perdere.
La mia carriera alla Montag ebbe subito fine, ma fino alla laurea mi baloccai con l’idea di comprare dei volumi di astrologia a una bancarella, donarli alla biblioteca, e osservare cosa sarebbe successo. Poi il professore è morto e il corso di laurea è stato chiuso per mancanza di studenti, ma il bibliotecario-capo e l’Atlante della creazione sono ancora al loro posto.

Oggi pomeriggio il mio amore Míša vendeva le sue cose al mercatino delle pulci dell’Alfa Pasáž, prima di ripartire per «l’Islandia».
Qual è stato il primo libro che mi ha messo in mano? Ecco, ora di Fahrenheit 451 possiedo due copie.

Pivičko v přírodě ·

Parkování sponzorovaných vozidel.

Kola u brněnského Anthroposu.

Výlet do přírody, na český způsob: pár kilometrů na cestě, pak přestávka na pivo; pár kilometrů na cestě, pak přestávka na pivo; pár kilometrů na cestě, pak přestávka na pivo…

Nová hudba, ktorej verím #2 ·

Yesterday the Italian music critic, Paolo Madeddu, wrote that his most affectionate readers may find it hard to distinguish [rapper] Ernia from Tedua, from Lazza, from Plaza, from Sfera, from Jaffa, from ‘Nduja, from Pimpa, from SantaMaria. I understand from his weekly comment on the Italian music charts that Italian radio is utterly infested by the lowest form of entertainment which is Italian rap, performed by artists who are completely interchangeable, intended to an audience who is either 13-year-old or with the brain of a 13-year-old. That is why I don’t ever listen to Italian radio, and instead I am making myself a culture on the Slovak EDM scene.

Dephcut – Surf Valley

Dephcut is the side project of Dephzac, a drum’n’bass DJ and producer who is based in Brno and owns his own record label.
Surf Valley was released in the middle of winter but tastes like a summer cocktail at sunset, in a breezy place with a nice view.

Fallgrapp – Terracotta

Fallgrapp is a Slovak music group captivatingly combining electronics with acoustic instruments, a string trio and female vocals.
There are no vocals in Terracotta, only a little more than a riff of electronically-processed strings over a sample of African percussions.

Watch Jureš Líška explain the creative process behind the song in his tutorial.

Fvlcrvm – Meaning

Fvlcrvm must be the lovechild of Graham Coxon and Alan Cumming, and he is a more mainstream DJ and musician from Bratislava.
I am not a fan of his R&B-influenced sound but I really like Meaning, because sometimes everything just clicks together in perfection.

In morte di Jean-Luc Picard ·

Quand’ero un pischello, come tutti i miei coetanei guardavo tantissima televisione. Intorno alla pre-adolescenza nel tardo pomeriggio avevo un palinsesto fisso: Star Trek: The Next Generation su Italia 1 alle 17, e Quantum Leap – In viaggio nel tempo su Raitre Raiuno alle 18. Sempre per quella regola non scritta per cui l’unione artistica di due miei miti non funziona mai, quando a Scott Bakula diedero il ruolo del capitano Archer in Star Trek: Enterprise la serie non mi piacque e l’abbandonai al termine della prima stagione.
Ricordo molti episodi di Quantum Leap, in cui la parte sci-fi era soltanto un pretesto per rivivere eventi e personaggi della storia statunitense, e nessun episodio di The Next Generation, ma ricordo bene tutto l’equipaggio della plancia dell’Enterprise-D.

Negli ultimi anni Paramount e CBS hanno rivitalizzato il marchio Star Trek con nuovi film e nuove serie.
Star Trek: Discovery è un prequel della serie originale ed è centrato sul personaggio di Michael Burnham, primo ufficiale ribelle che è anche la sorella adottiva di Spock mai nominata da nessuno. Premessa interessante ma realizzazione tremenda: Sonequa Martin-Green è incapace di recitare per sfumature, il resto del cast è un canile, tutto è accelerato e urlato, sono introdotte invenzioni tecnologiche ben oltre il concetto di magia, la gente risorge perché c’è sempre un’altra dimensione da cui fare un backup. Per me Discovery è finito quando l’astronave è saltata nel 32° secolo, ma guarderò lo spin-off Star Trek: Strange New Worlds con il capitano Pike, la Numero Uno-bona e lo Spock-cane, curioso di vedere come riscriveranno l’episodio-pilota della serie originale, The Cage.

Fra Discovery e Strange New Worlds è andata in onda la prima stagione di Star Trek: Picard.
Jean-Luc Picard non è soltanto il personaggio piú amato dell’intera franchise, è un’istituzione del mezzo televisivo. Anche mia madre conosce il capitano calvo che cita Shakespeare, ama la diplomazia, pondera ogni decisione per il bene dell’umanità (va bene, mia madre ricorda meglio quel figaccione del primo ufficiale Will Riker). La figura di Picard è un esempio di leadership che travalica i limiti della fantascienza, e merito è dell’interpretazione di Patrick Stewart.

A quasi 80 anni Sir Stewart è stato richiamato a vestire i panni di tweed di un Jean-Luc Picard naturalmente invecchiato, che ha abbandonato la Flotta Stellare in seguito al mancato appoggio a una missione di salvataggio di milioni di Romulani prima dell’esplosione di una supernova. Picard si sta lasciando lentamente morire nella sua villa con vigneto in Borgogna, quando una giovane donna si presenta per chiedergli aiuto. La donna è “figlia” di Data, e in nome dell’amicizia con il suo secondo ufficiale l’ex-capitano si lancia a salvare la “progenie” dell’androide.
Anche in Picard la premessa è interessante ma la realizzazione tremenda: perché Picard non è piú Picard. Il personaggio di TNG e dei film non si sarebbe mai imbarcato in un’avventura al di sopra dei propri mezzi, fisici e mentali, senza un piano e una rete di alleanze. Qui raccoglie per strada un equipaggio di personaggi improbabili (un capitano-pirata, una navigatrice alcolizzata, una scienziata anemica, un ronin alieno) che la sceneggiatura tenta di far passare per la sua nuova famiglia spaziale. Il cambio di personalità è spiegato con la disillusione per i modi della Federazione, e per un danno cerebrale che lo sta portando alla morte. Non funziona comunque. Le decisioni che prende sono illogiche, le azioni sono spericolate, i risultati sono inconsequenziali. C’è un cubo Borg in mano ai Romulani (!) che non viene miminamente sfruttato ai fini dello spettacolo. L’amatissima Seven of Nine di Star Trek: Voyager è diventata un’assassina a sangue freddo, senza troppe spiegazioni. La scienziata anemica commette l’omicidio premeditato di un innocente, ma viene perdonata con un abbraccio collettivo perché poveretta era stata plagiata. Data era sí morto, ma la sua coscienza era stata ricreata a partire da un singolo neurone (?) ed è ora conservata in un computer; Picard gli stacca la spina.
E quando la stagione si risolve in un anti-climax, Picard muore a causa di quel danno cerebrale, circondato dall’improbabile famiglia spaziale.

Jean-Luc Picard, il piú amato personaggio di tutto Star Trek, muore.
E viene resuscitato cinque minuti dopo in un corpo artificiale.
Nessuna conseguenza. Via verso nuove avventure! Engage!

Le nuove serie sono trasmesse in tutto il mondo da servizi di TV in streaming (CBS All Access, Netflix, Amazon Prime), e sono probabilmente pensate per un pubblico relativamente giovane. Gli autori pensano che un pubblico giovane non sia capace di comprendere, metabolizzare e sopportare il concetto di morte? Quale valore hanno le azioni se non hanno conseguenze, in un universo in cui la morte stessa non ha valore?

Se vale tutto, niente vale.

Nomina nuda tenemus ·

Ogni singola conference call con mitteleuropei:
– Hello, this is Massi from Contracts.
– Hello Massimo!

Nominativo: Massi.
Genitivo: Massiho.
Dativo: Massimu.
Accusativo: Massiho.
Vocativo: Massi.
Locativo: Massim.
Strumentale: Massim.

Filo interdentale ·

Abbandonato il mondo Mac OS X perché troppo costoso, fallito il salto del pinguino, devo adattare Windows alle mie esigenze.
La user experience con Windows 10 è molto peggiore di quella con OS X. Come sistema operativo è stabile, e l’integrazione con la suite Office è efficiente, ma è brutto. Non ci sono due programmi con la medesima interfaccia: le tiles introdotte con Windows 8 hanno fatto schifo a tutti e sono state relegate a un angolo del redivivo menu Start; le applicazioni native sono minimali e tristi, tanto da chiedersi se facciano qualcosa. Sotto le piastrelle e il linoleum, a livello pratico tutto sembra poggiare sul buon vecchio Windows 7 (uscito undici anni fa).
Ho disinstallato tutto il bloatware, anche a colpi di PowerShell e Regedit, e ho configurato le impostazioni di privacy piú stringenti possibili. Oltre alle utility risalenti a Windows XP (uscito diciannove anni fa), di software utile ne è rimasto poco: la versione online di Office (che devo ancora provare), Skype (che si ostina a voler restare aperto a consumare risorse). Anche l’antivirus, il firewall, e gli altri servizi di sicurezza non sembrano male.

Non uso il PC per fare molte cose: non sono un developer, non sono un gamer, non sono un videomaker. Con il computer di casa navigo, leggo e scrivo e-mail, ascolto musica, guardo film e serie TV. Oh, e compilo questo sito byte dopo byte. Per tutte queste attività ho scaricato e installato programmi di terze parti che fossero gratis, a licenza libera, e a codice sorgente aperto (FLOSS).

  • 7-Zip è un software per l’archiviazione e la compressione di file che supporta tutti i formati comunemente utilizzati (e oltre).
  • Atom è l’editor di testo che sto usando per scrivere questo post, ed è la cosa migliore che mi sia capitata nel 2020.
    Per sostituire TextEdit di OS X mi sarei adattato a usare Notepad di Windows come nel 1999–2004. Poi ho provato Notepad++, che è molto buono ma ha un’interfaccia risalente al Giurassico. In mancanza di meglio, per caricare i file sul server via FTP avrei dovuto usare Cyberduck, che ha un’interfaccia risalente al Neolitico, crasha sia in OS X sia in Windows, e chiede un obolo.
    Quando ho scoperto Atom ho subito sradicato Notepad++ e Cyberduck. È sviluppato da GitHub, supporta una quarantina di linguaggi, soddisfa i miei pochi bisogni di blogger fai-da-te. È modulare ed estremamente personalizzabile: alla configurazione di base ho aggiunto un pacchetto per la gestione dell’FTP, un pacchetto che convalida il mio codice HTML a ogni salvataggio, e un imprescindibile pacchetto per la riscrittura degli apici in apostrofi e virgolette.
Schermata del software Atom.
  • Clementine è un riproduttore di file audio il cui sviluppo è fermo al 2016 e che non ho ancora usato perché non ho ancora trasferito sul nuovo laptop la mia libreria da 156 GB. Per caricare gli MP3 sull’iPod continuerò a usare iTunes sul Mac.
  • Firefox è il browser che ho scelto per la sua attenzione alla privacy. Non lo toccavo degli Anni Zero, ho ritrovato un programma affidabile e veloce: per divertimento ho aperto 45 schede in un colpo solo, non ha singhiozzato.
  • Thunderbird è il client di posta che fa il paio con Firefox. Non lo toccavo dagli Anni Zero, ho ritrovato un programma spartano, perché al giorno d’oggi chi non usa esclusivamente le webmail?
  • VLC è il riproduttore di file video che ha cambiato la vita di tutta la mia generazione, punto.

Se e quando ne avrò bisogno installerò anche Audacity (montaggio audio), GIMP (elaborazione immagini), LaTeX (composizione tipografica, che io uso per generare il PDF del mio CV), e LibreOffice (suite per ufficio).

The Year of Linux on Desktop ·

Come tutti quelli che l’hanno preceduto nel nuovo secolo, anche il 2020 doveva essere l’anno buono per l’atteso boom di utenti Linux su PC.

Io mi ero messo in testa di installare Debian sul nuovo laptop, in dual boot con l’esecrabile Microsoft Windows. Tanto tempo fa l’avevo usato da riga di comando per far girare una piattaforma LAMP su server condiviso, ora mi serviva come sistema operativo completo. Sapevo che non sarebbe stata una passeggiata, e perciò avevo studiato in anticipo i requisiti, il processo di installazione, quale interfaccia grafica usare.
Lunedí di buon mattino ho piazzato il laptop sul tavolo della cucina, ho srotolato cinque metri di cavo Ethernet fino al router, ho scaricato l’immagine disco corretta con il solo software libero, l’ho salvata su una chiavetta USB, ho avviato il laptop dalla chiavetta, ho scoperto che l’installer non è capace di creare da sé le due partizioni necessarie, ho abortito il processo, ho creato le due partizioni per Linux in Windows, ho riavviato il processo, sono arrivato al termine, ho riavviato il laptop.

Alla prova del fumo, il laptop mi ha restituito una schermata nera con un cursore lampeggiante.

Ho googlato, ho disattivato un po’ di impostazioni di sicurezza nel BIOS UEFI, ho riavviato il laptop: non piú una schermata completamente nera, ma quattro righe di errore con un messaggio di scherno. Ho googlato, ho disattivato il TPM nel BIOS UEFI, ho riavviato il laptop: schermata nera. Ho googlato, ho disattivato tutte le impostazioni di sicurezza nel BIOS UEFI, ho riavviato il laptop: schermata nera.
Ho googlato ancora un po’, poi si era quasi fatta l’ora di pranzo, cosí ho brasato le due partizioni di Linux, ho smadonnato il giusto per capire come eliminare Debian dalle opzioni di boot, ho fatto pulizia, e mi sono scaldato una gulášová polévka.

Sono consapevole che Debian ha la fama di non essere adatto ai principianti, ma non sono esattamente un principiante né di PC né di Unix. So anche che Debian è piú orientato alla stabilità di sistema che alla compatibilità con l’hardware, ma come specifiche all’avanguardia questo laptop ha soltanto la scheda wireless, ne avrei fatto a meno fino al rilascio dei driver, e senza un messaggio di errore significativo come posso aggiustare quel che non sta funzionando?
Come commento alla guida all’installazione scrivo solamente che dopo una prima lettura ho preferito seguire dei tutorial su YouTube.
«Esistono altre distro!», diranno i miei 2,5 lettori. Lo so bene, ai tempi dell’università Stefano se le era installate tutte. Fra quelle compatibili con la vita umana, di Ubuntu non mi piace la filosofia commerciale, mentre per sua natura Linux Mint Debian Edition è in ritardo di due anni rispetto alla realtà.

Alla fine mi sono rassegnato a usare Windows. Proprio in questi giorni un aggiornamento permette di installare Linux, con interfaccia grafica, come applicazione scaricabile da Microsoft Store.

Všichni umřeme ·

Nel quartiere sono comparse delle affissioni: semplici strisce di carta della larghezza di un manifesto e dell’altezza di pochi centimetri, orlate da uno spesso bordo nero come gli inviti a smettere sui pacchetti di sigarette, con una scritta in maiuscolo.

NIC SE NEDĚJE

“Non succede niente”. Non ho capito se è l’opera di un individuo o di un collettivo che si lamenta della sonnolenza di Jundrov (o di Brno), o se si tratta di una campagna organizzata per tenere calma la popolazione. Nic se neděje, non succede niente, state tranquilli, la vostra quiete non è turbata da alcun elemento ansiogeno allogeno. Il soggetto è negativo e il tempo è presente: la felicità per i Cechi è non avere hic et nunc nessuna rottura di coglioni.

Lo slogan della quarantena italiana ha un significato differente.

ANDRÀ TUTTO BENE

Non ricordo chi l’abbia coniato, e chi vi abbia appiccicato un hashtag: forse gli stessi cialtroni di #Milanononsiferma? Andrà tutto bene, non c’è da preoccuparsi, state tranquilli, viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il soggetto è onnicomprensivo e il tempo è futuro: la felicità per gli Italiani è essere esonerati in aeternum da qualsivoglia responsabilità, basta affidarsi alla Provvidenza o allo Stellone.

Diagramma cartesiano dei numeri della pandemia fra il 5 marzo e il 19 maggio 2020, scritto a penna su foglio quadrettato.

Grafico fatto in casa dell’andamento di contagio e mortalità in Italia, © mio padre.

All’inizio ero dell’opinione, apparentemente razionale e probabilmente disumana, che sarebbe stato meglio lasciare tutto aperto e isolare i soli soggetti a rischio, ovvero gli anziani e i malati, invitando i cittadini e le comunità a comportamenti coscienziosi. Lasciare tutto aperto, perché si muore anche di fame e perché il conto dei lockdown lo pagheremo carissimo. Isolare i soggetti a rischio, o meglio invitarli ad auto-isolarsi, e al tempo stesso sostenerli economicamente e socialmente, per la salvaguardia della loro salute e dei sistemi sanitari pubblici.
Sbagliavo: in mancanza di dati sensati su cui sviluppare modelli epidemiologici affidabili era opportuno applicare il principio di precauzione. Soltanto gli economisti e gli scienziati del futuro potranno fare ex-post corretti calcoli costi-benefici; le commissioni di bioetica ci metteranno una loro chiosa. Nel frattempo ho accettato di buon grado, come quasi tutti, di chiudermi in casa per settimane: per non infettare i miei vicini ultra-ottantenni o la mia collega immunodepressa, per «abbattere la curva», e ovviamente per tutelare me stesso.
Sacrifici vani, in quelle entità territoriali i cui amministratori hanno preso decisioni nocive per la salute senza sapere di cosa parlavano, dove figure pubbliche inducono anziani e malati al contagio, dove dopo tre mesi non ci sono ancora dati sensati per fare scelte politiche assennate.

Due agenti della polizia municipale, appena scesi dai loro quad, si avvicinano a un uomo steso sulla spiaggia a prendere il sole.

Non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano bagnasciuga, Rimini, 17 aprile 2020.

Trascorsa l’emergenza, già ci si chiede cosa saremo diventati quando tutto questo finirà. Niente sarà come prima? Tutto sarà come prima?
Coloro che affermano che «niente sarà come prima» sono o estremamente ottimisti o estremamente pessimisti. Gli estremamente ottimisti pensano che l’abbandono delle abitudini farà riscoprire all’umanità i Veri Valori della Vita: l’amore, l’amicizia, la solidarietà, la spiritualità, l’armonia con la Natura, ecc. Gli estremamente pessimisti pensano che l’isolamento forzato farà prevalere nelle persone i loro tratti peggiori: l’odio, l’egoismo, l’aridità, la cupidigia, il materialismo, ecc.
Fra coloro che affermano che «tutto sarà come prima» ci siamo io e Michel Houellebecq.

Il mio amato Houellebecq ha scritto una lettera per France Inter in cui vanta la corrispondenza con autori altrettanto affermati e minimizza l’effetto della pandemia. Secondo lui la sola conseguenza sarà l’accelerazione di processi già in atto nella società, in particolare la diminuzione dei contatti umani.

Un virus banal, apparenté de manière peu prestigieuse à d’obscurs virus grippaux, aux conditions de survie mal connues, aux caractéristiques floues, tantôt bénin tantôt mortel, même pas sexuellement transmis­sible : en somme, un virus sans qualités. Cette épidémie avait beau faire quelques milliers de morts tous les jours dans le monde, elle n’en produisait pas moins la curieuse impression d’être un non-événement.
[…]
Le coronavirus, au contraire, devrait avoir pour principal résultat d’accélérer certai­nes muta­tions en cours. Depuis pas mal d’années, l’ensemble des évolutions technologiques, qu’elles soient mineures (la vidéo à la demande, le paiement sans contact) ou majeures (le télétravail, les achats par Internet, les réseaux sociaux) ont eu pour principale conséquence (pour principal objectif ?) de dimi­nuer les contacts matériels, et surtout humains. L’épidémie de coronavirus offre une magni­fique raison d’être à cette tendance lourde : une certaine obsolescence qui semble frapper les relations humaines.
[…]
Toutes ces tendances, je l’ai dit, existaient déjà avant le coronavirus ; elles n’ont fait que se manifes­ter avec une évidence nouvelle. Nous ne nous réveillerons pas, après le confinement, dans un nouveau monde ; ce sera le même, en un peu pire.

Io non credo che il mondo post-coronavirus sarà in un poco peggiore: sarà un poco diverso, come in quelle ucronie dove la realtà letteraria è all’incirca la realtà che viviamo, ma con un minimo scarto, questione di dettagli.
Sono convinto che gli individui non possano cambiare personalità (se non in seguito a traumi); possono lentamente maturare, ma questo non è il contesto adatto. La socialità obbliga a confrontarsi con altri individui, con altre personalità; ciò comporta l’esigenza di fare compromessi, di smussare i propri tratti. In assenza di contatto sociale tale esigenza viene meno, e risaltano le caratteristiche piú proprie.
Sono anche convinto che la maggioranza degli individui sappia adattarsi facilmente ai mutamenti; siamo il prodotto di millenni di evoluzione. Con il passare del tempo ognuno di noi modificherà il suo stile di vita quel tanto che basta perché la propria personalità possa esprimersi nelle nuove condizioni determinate dalla pandemia.

Nel mondo post-coronavirus gli individui saranno i medesimi, ma dai contorni piú grezzi, e agiranno lievemente fuori fase rispetto al passato. La società da loro composta sarà la medesima, ma con piú forti contrasti, e la somma di questi infinitesimi scarti individuali si manifesterà in una forma di azione delle forze sociali un po’ diversa, non in una diversa sostanza. Saremo testimoni di atti d’amore e d’odio piú intensi, applicheremo o denunceremo tipologie innovative di sfruttamento dei lavoratori e delle risorse, spenderemo le stesse cifre e lo stesso tempo in cultura e ristorazione ma senza uscire di casa, eleggeremo gli stessi amministratori che stanno facendo disastri o meraviglie ma voteremo per posta. Non avremo il Paradiso in Terra né cadremo in distopie totalitarie da fumetto. La mano invisibile, la lotta di classe, il calcio, il sesso e le altre religioni resteranno identici a prima.

Intanto nel lungo termine všichni umřeme.

Europe in a coma ·

The Guardian › We lived the European dream. Will any politician stand up for open borders?, by Alberto Alemanno.

Letting EU countries re-establish borders was wrong in the first place. Border controls – as well as selective quarantine regimes – reflect an artificial, misleading attempt at resorting to nationality as the dividing line between the healthy and unhealthy. The nation state is not the right geographical or administrative unit with which to counter a virus that is not only borderless, but also doesn’t spread uniformly within any country’s territory. That’s why the EU recommended lifting restrictions “in areas with a comparable epidemiological situation” – in other words regions, not countries.
[…]
We Europeans were sold a dream. We were told that our existence could transcend the geographical boundaries of our native region and nation state. That dream actually came true for many of us. It found expression in a new existential space in the interstices of European states. Yet that fluid and geographically promiscuous experience of life and work shared by millions of citizens – be they seasonal fruit-pickers, students, professionals or jobseekers – is all of a sudden threatened by the inability of the European project to safeguard its own achievements.
[…]
It is telling that virtually no national or EU leader has lived the European dream by experiencing it herself. Being the product of national electoral processes, our political representatives systematically lack a “European reflex” even when facing pan-European challenges.

I am still proud of having voted for Alberto Alemanno at the last Italian parliamentary elections, though he didn’t make the cut.
And it frightens me that I couldn’t read or hear any other Italian or Czech politician reject this “nationalist reflex” induced by the pandemic.

Liberi tutti ·

Oggi termina lo stato di emergenza decretato lo scorso 12 marzo dal Governo Babiš. Entro la fine del mese tutti i commercianti e i ristoratori potranno riprendere l’attività, seguendo stringenti norme igieniche, e i campionati di calcio di prima e di seconda divisione ricominceranno. Da domani ai singoli quartieri è concesso di riaprire le scuole materne, mentre i maturandi sono già tornati ai propri banchi di scuola.

I numeri sono incoraggianti: su una popolazione residente di dieci milioni e mezzo, i nuovi casi giornalieri si attestano intorno ai 50, e i malati in ospedale sono meno di 200. In Bassa Moravia il numero d’infetti è inferiore alla media nazionale, mentre la fascia d’età piú colpita è quella fra i 25 e i 34 anni: perché Brno è una città giovane e, a differenza di altre città e regioni europee governate da criminali, qui i contagiati sono tenuti lontani dai soggetti a rischio.

Non sono sicuro che l’allentamento delle restrizioni durerà a lungo. A fine aprile l’Istituto Statistico-Sanitario nazionale, in collaborazione con l’esercito, ha testato 25000 volontari asintomatici dagli 8 agli 89 anni a Praga, Brno, Olomouc, e in alcune “zone rosse”. Soltanto un centinaio di loro è risultato positivo al test, ed è stato stimato che circolano soltanto due infetti asintomatici per ogni caso registrato. Perciò purtroppo non è vero che «l’abbiamo già preso tutti», né che «è come un’influenza»; inoltre siamo lontanissimi dall’immunità di gregge.

Ieri pomeriggio sono uscito fuori fra i walking wounded e ho indossato la rouška con i cuoricini.

… In un oceano di fake news ·

L’informazione di qualità in un oceano di fake news è il titolo di un editoriale di qualche anno fa del direttore della Gazzetta dello Sport, che celebrava il presunto primato del suo giornale e della stampa cartacea sulle altre fonti, in particolare il web.
Sul web, la medesima frase viene rinfacciata ogni giorno ai giornalisti della Gazzetta a commento dei clickbait piú atroci.
Un altro quotidiano di cui non capisco perché continui a godere di buona reputazione è la Repubblica: dai tempi del liceo, vent’anni fa, per me è l’equivalente “di sinistra” (virgolette) del Giornale, ed è mai stato davvero necessario scegliere fra l’Ingegnere e il Cavaliere?

A metà marzo Stefano e Chiara mi hanno linkato un articolo della sezione Esteri. Il contenuto è stato modificato e ingentilito piú volte senza darne conto ai lettori (pessima abitudine del giornalismo italiano), ma il titolo originale è nell’URL: Cosí la Repubblica Ceca ha sequestrato 680 mila mascherine inviate dalla Cina all’Italia.
L’articolo originale, firmato dal corrispondente da Berlino, era un virulento attacco al governo ceco, reo di aver appunto sequestrato un carico di centinaia di migliaia di mascherine regalate da Pechino a Roma. Vado a memoria: ad Andrej Babiš si dava del sovranista, con riferimento ai sovranisti italici, e l’unica fonte della notizia era un membro del Partito Pirata che vive a Venezia.
A leggere l’articolo della Repubblica mi sarei indignato anch’io. Il problema è che io avevo già letto la notizia sui siti d’informazione cechi.

La versione ceca era un po’ diversa. Le mascherine erano state sequestrate in un capannone di Lovosice, una cittadina sull’Elba un po’ fuori dalla normale rotta Cina–Italia, e sembravano non appartenere a nessuno. Perché nessuno le reclamasse come proprie era molto semplice da spiegare: pochi giorni prima, il governo aveva decretato illegale l’esportazione di materiale sanitario. Senza perdere tempo a indagare quel che sembrava un banale caso di contrabbando, l’intero lotto era stato espropriato e subito distribuito a medici e infermieri.
Il premiér Babiš è la copia locale di Silvio Berlusconi, ed è sovranista quanto può esserlo Berlusconi: se tira l’aria, come tanti altri capi degli esecutivi europei, non piú di Matteo Renzi quando toglieva la bandiera a dodici stelle da dietro la scrivania. Soprattutto, con quel sequestro Babiš non c’entrava niente: il merito se l’era preso il Ministro degli Interni, Jan Hamáček, presidente del Partito Socialdemocratico.
A Bruxelles, quelli del ČSSD siedono nello stesso gruppo dei politici di riferimento della Repubblica. A partire dai medesimi fatti, un ipotetico corrispondente da Berlino del Giornale avrebbe potuto scrivere un articolo analogo dal taglio opposto, con altrettanto fondamento, dal titolo «I compagnucci europeisti del Partito Democratico vogliono far morire gli Italiani» o qualcosa del genere.

Il caso si è sgonfiato in fretta. Le mascherine destinate all’Italia erano poco piú di centomila, l’Ambasciatore ha chiesto spiegazioni, Hamáček si è impegnato a spedire a Roma un carico equivalente. L’altro mezzo milione di roušky, nessuno l’ha voluto indietro. Non ho poi letto articoli italiani su come quegli scatoloni cinesi fossero finiti in un capannone nella Boemia occidentale, o su chi volesse farci la cresta: probabilmente c’era dietro un mafioso sino-ceco.

A inizio aprile, la Repubblica apriva il suo sito con una notizia dal titolo: Il virus circola anche nell’aria. L’articolo, che ovviamente smentiva il suo stesso titolo, era protetto da paywall: per essere informati bisognava pagare, la bufala terrorista era gratis. Altro che web, i propalatori di fake news sono i media tradizionali.

Il (vero) giornalista Alberto Nardelli ha ricostruito la vicenda per i suoi followers su Twitter.
Sull’approccio allegro della Repubblica a bufale, giornalismo e scienza, segnalo anche l’archivio del blog di Paolo Attivissimo.

Roma, 14 mag. (askanews) – I jihadisti somali Shebab hanno smentito oggi che il proprio portavoce, Ali Dhere, abbia rilasciato un’intervista a La Repubblica sul sequestro di Silvia Romano, bollandola come “fake news”. “Non c’è stata nessuna intervista del portavoce con nessun media sul caso Romano”, ha detto l’organizzazione al sito SomaliMemo, uno dei canali di comunicazione usati dagli Shebab. Nell’intervista pubblicata due giorni fa da Repubblica, Dhere ha confermato il pagamento del riscatto per la liberazione della cooperante italiana, affermando che i soldi verranno spesi per finanziare la jihad.

Etica professionale: un gradino sotto i terroristi islamici.

L’informazione di qualità… ·

Sono chiuso in casa da un mese e mezzo. Come faccio a sapere cosa succede nella città e nello Stato in cui vivo?

L’ufficio stampa del comune di Brno ha tirato su una pagina ad hoc in ceco e in inglese per informare i residenti sulla situazione attuale e sulle misure a contrasto della pandemia. C’è tutto: cosa prescrivono i decreti governativi, quali sono le raccomandazioni sanitarie, come rivolgersi alle autorità cittadine in caso di bisogno, qual è lo stato di scuole e uffici pubblici, finanche come passare il tempo quando si è in quarantena.
Il Ministero della Salute ha tirato su una pagina analoga, anch’essa in ceco e in inglese.

L’iniziativa privata si è palesata per i soliti canali affidabili. Il sito in lingua inglese rivolto alla comunità straniera, Brno Daily, ha continuato a pubblicare notizie con cadenza giornaliera. Il Brno Expat Centre ha postato sul suo blog una guida alla pandemia per espatriati e sta tenendo dei webinar tematici, e l’ottima Lucia Konôpková ha aperto un sito multilingue che segnala opere di volontariato. Anche l’agenzia di servizi Foreigners ha trasformato la propria newsletter mensile in un bollettino quotidiano.

I media tradizionali hanno fatto la loro parte. Il notiziario della radio statale ha una colonna tematica sulla situazione nel mondo, aggiornata in tempo reale e filtrabile per Paese. La televisione statale ha cambiato il palinsesto per trasmettere programmi didattici rivolti agli studenti delle scuole medie ed elementari, ha aperto un portale per l’istruzione, e ha lanciato un terzo canale per invitare gli anziani a restare a casa.
(Al confronto, la Rai ha una tradizione didattica pluridecennale, ma in tempi moderni preferisce dare spazio alla Santa Messa. Priorità.)

Ogni domenica sera guardo il telegiornale di ČT24, che non è da Pulitzer ma dà notizie ricche di numeri e comprensibili anche per me.
La redazione brunense di ČT24, oltre a un profilo su Twitter, ha una pagina Facebook (brrr) dove solitamente pubblica brevi post in inglese riciclando i video del telegiornale regionale. A marzo e ad aprile, ogni giorno feriale, le giovani giornaliste Andrea Čandová e Klára Ješinová si sono alternate nel presentare un breve notiziario in diretta streaming, principalmente a tema pandemia, per gli anglofoni in Bassa Moravia. Servizio pubblico.

New laptop, who dis? ·

Dopo 15 anni mi avvio a non essere piú un utente Mac.

Nel settembre 2005 avevo acquistato un iBook G4 14″ con OS X 10.4 Tiger, l’ultimo della sua stirpe: era un giocattolone in plastica bianca con le icone grandi e colorate, l’avevo quasi fuso facendoci girare analisi di fluidodinamica in Matlab Octave.
Nel settembre 2011 avevo acquistato un MacBook Pro 13″ con OS X 10.7 Lion: è il portatile su cui sto digitando ancora adesso, ha attraversato un’intera decade, è sopravvissuto al trasloco in tre Paesi diversi, gli voglio bene, ma è un vecchietto che non regge l’Internet contemporaneo.
Mi sarebbe piaciuto acquistare un terzo notebook Apple: l’ultimo MacBook Pro è ben fuori dal mio budget, l’ultimo MacBook Air è fichissimo (l’avrei preso di color oro) ma parte da specifiche ridicole e ha soltanto due porte (di cui una va usata per l’alimentazione).

Alla fine ho comprato un HP ProBook 450 G7 15,6″ con Windows 10 Home, direttamente sul sito del rivenditore ufficiale per la Cechia; grazie allo sconto aziendale è rientrato nel budget anche un lettore CD/DVD esterno, perché ne avrò spesso bisogno.
Il processore Intel Core i5 Comet Lake è lo stesso del MacBook Air, lo schermo da 15.6″ è il piú ampio che abbia mai avuto, 8 GB di memoria mi sembrano sufficienti, l’unità di memoria è un SSD da 512 GB (e c’è uno slot libero per un disco rigido che comprerò subito), della scheda grafica non m’interessa perché non sono un gamer, ci sono tutte le porte che servono a un computer, la connessione wireless è la nuovissima Wi-Fi 6 (e so già che mi darà problemi con i driver). Sono un po’ perplesso per la batteria da 45 Wh. Ah, la tastiera è per il ceco e lo slovacco!

Laptop HP ProBook 450 G7 aperto a 180°.

Quando avrò finito di rimuovere il bloatware, e di configurare stringenti impostazioni per la privacy del poco software utile rimasto, creerò una nuova partizione e ci schiafferò sopra Debian.

Karanténa ·

I miei genitori sarebbero dovuti venire a trovarmi a inizio aprile: per mia madre sarebbe stata la seconda visita in quattro anni, per mio padre la prima visita e il primo volo in assoluto. Avevo già acquistato i biglietti Austrian Airlines da Malpensa a Schwechat, i biglietti České dráhy da Wien Hauptbahnhof a Brno hlavní nádraží, e avevo prenotato una stanza nell’albergo del quartiere.

Ovviamente la visita non ha avuto luogo.

Quando in Italia sembrava ancora trattarsi di un’epidemia circoscritta a qualche cittadina padana, e dicevo che presto mia madre e mio padre sarebbero saliti in Cechia na návštěvu, amici e colleghi mi guardavano un po’ storto, in particolare quelli in attesa di un figlio. «Che paranoici Luca e Lapetra», pensavo, e non volevo cedere alla loro silente riprovazione.

Domenica 1° marzo le autorità sanitarie ceche hanno confermato i primi casi di positività nella Repubblica: tutti importati dal Bel Paese.
Sabato 7 marzo ho cancellato il viaggio dei miei genitori, poche ore prima che la Padania fosse dichiarata “zona rossa” in diretta TV.
Giovedí 12 marzo il Governo Babiš ha proclamato lo stato di emergenza, e lunedí 16 è cominciata la karanténa.

In ufficio ci eravamo organizzati in fretta per garantire una business continuity a prova di pandemia: avremmo lavorato z domova con turni settimanali. I turni sono immediatamente saltati, e lo home office da eccezione è diventato la regola. Ognuno si è portato a casa il portatile e uno schermo; a coloro che non hanno connessione Internet (you know who you are) abbiamo comprato un hotspot e una carta SIM.
Il tavolo della cucina (100 cm x 60 cm) è diventato la mia scrivania: ogni mattina faccio doccia e colazione, indosso una camicia non stirata sopra i pantaloni della tuta, sollevo il monitor sul ripiano, piazzo il laptop, connetto cavi, cuffia e mouse, e mi collego al network aziendale via VPN. Grazie al Caso ho un impiego che non richiede la presenza fisica in nessun posto. Nel tardo pomeriggio mi scollego, sconnetto mouse, cuffia e cavi, ripongo il laptop nella sua custodia, sposto il monitor in un angolo, e preparo la cena.
Non vedo la mia squadra da un mese e mezzo. Negli articoli che ho letto, e nei corsi online che ho seguito per imparare a gestire la situazione, tutti gli psicologi del lavoro affermano che con i miei subordinati devo fare massimo uso della mia empatia. Ma è difficile leggere fra le righe di un’e-mail, o interpretare fra le pause di una conference call, ciò che di persona potrei percepire dal linguaggio del corpo.

Be’, in futuro potrò scrivere nel mio curriculum di aver sovrinteso nove impiegati e di aver coordinato un progetto internazionale da remoto.

Non vedo proprio nessuno da un mese e mezzo. La prima versione della quarantena ceca, come quella italiana, prevedeva il divieto di uscire di casa se non per comprovati motivi: andare al lavoro, fare la spesa. Sono uscito per fare la spesa una volta alla settimana, nei supermercati di Žabovřesky, o nei negozietti di Jundrov che solitamente evito. Nella lista: frutta, verdura, uova, pane congelabile, biscotti, carne, scatolame. Gulášová polévka in barattolo, finché l’ho trovata. Brambůrky e pivo per festeggiare la fine del mese fiscale ogni weekend.
L’unico vero contatto sociale durante la quarantena è stato dal dentista per la pulizia semestrale. L’assistente mi ha misurato la temperatura, mi ha sottoposto un questionario anamnestico sulla mia salute negli ultimi quattordici giorni («Byl jsem v supermarketu, je to problém?»), mi ha fatto entrare nello studio, mi ha disinfettato le mani, mi ha chiesto di infilare la mascherina in un sacchetto usa-e-getta, mi ha lasciato sedere, mi ha fatto sciaquare la bocca con un disinfettante. Soltanto allora è entrata l’igienista, che indossava una visiera per decespugliatore.
Non sono stato altrove. Intanto dove sarei dovuto andare, nel bosco dietro casa? Non vado mai nel bosco dietro casa, ci sarei dovuto andare durante la quarantena? E poi cosa, a fare rafting su una dračí loď? Ecco.

Vignetta di xkcd #2276.

Turns out I’ve been “practicing social distancing” for years without even realizing it was a thing! ~ xkcd #2276

Le restrizioni governative sono state via via allentate, un po’ perché i Cechi sono insofferenti all’autorità, un po’ perché la Corte Costituzionale ha dato inequivocabili colpi di tosse. Da ieri 27 aprile la libera circolazione è stata sostanzialmente ripristinata, ma è tuttora in vigore l’obbligo di tenere naso e bocca coperti in pubblico. A fine inverno una sciarpa poteva ancora andar bene, a inizio primavera senza le mascherine cucite dalle volontarie aziendali sarei morto di sudore; e anche cosí mi si appannano gli occhiali.

Mascherine ricevute per posta dall’azienda.

Rouška monocroma per la spesa, con i cuoricini per gli eventi mondani.

Ieri sono stati parzialmente riaperti anche i confini statali. Ai cittadini cechi e agli stranieri residenti è permesso di lasciare il territorio della Repubblica e poi di farvi rientro, a patto di presentare un test negativo recente o di auto-isolarsi per i quattordici giorni seguenti. Gli stranieri non residenti possono varcare la frontiera soltanto se parenti prossimi di cittadini o residenti, e sono anch’essi soggetti ai quattordici giorni di auto-isolamento.
Insomma, passeranno altri mesi prima che io possa rivedere mia madre e mio padre, ma è terminata l’ansia di non poter fare niente in stato di necessità sanitaria. Invece di chiedere un rimborso ad Austrian Airlines ho spostato la prenotazione dei loro voli a inizio settembre. Non è ottimismo, è la considerazione che, se gli aerei non saranno regolarmente in aria alla fine dell’estate, il mondo sarà andato a rotoli.

E avremo ben altro di cui preoccuparci.

Nová hudba, ktorej verím #1 ·

This is the inaugural post of a series that will keep track of new songs that I like. More often than not, they will have been published by artists whom I don’t know, or who are outside my usual listening habits. The title of the series is in Slovak, it means “new music that I believe in”, and it is a shout-out to Nová hudba, ktorej veríme, a program broadcast from Mondays to Thursdays at dinner time by RTVSRádio_FM.
Nika Svorenčíková, if you’ll ever read this: thank you.

Of course, all the songs of this first post are featured in Rádio_FM’s current playlist.

Neřvi mi do ucha – Song 41

Neřvi mi do ucha (“Don’t yell in my ear”) is a Czech/Slovak trio based in Prague that plays introvert disco.
Song 41 is the perfect synth-pop song: a relentless beat, a funky bassline, a catchy melody, and lyrics that I don’t understand.

Yuksek feat. Confidence Man – Gorgeous

I have no idea who this French DJ and this Australian electropop band are, but they teamed up to release this funny and lush single.
And I love the clever semantic drift here: Everytime you call / you never get me on the line / ‘cause I’m engaged / to someone else.

Katarzia – Samota mi nevadí

Majka says that this is my song, because Samota mi nevadí means “loneliness doesn’t bother me”.
Katarzia’s lyrics are about the celibacy of the body, but how well do they fit to this time of social distancing?

I don’t know why embedding works on the record label’s website but not on mine. Watch the cheap video on YouTube.

Dove eravamo rimasti? ·

Venerdí 6 dicembre u.s. lasciavo Billi sul carrello in acciaio dell’anticamera di un forno crematorio alla periferia di Alessandria.
Sabato 7 salivo sul Flixbus N456 “Badante Express” da Lampugnano a Cracovia con la valigia piena di panettoni dell’Esselunga.
Domenica 8 festeggiavo il mio personale Capodanno in autostrada fra Villach e Klagenfurt; all’alba ero sotto la doccia a Jundrov.

Negli stessi giorni, qualche migliaio di miglia piú a Est, un cinese si faceva una gustosa tatarák di pangolino.

Al rientro in ufficio mi attendeva una mansione extra, ma ero libero dai ben piú gravosi impegni commerciali e sociali delle festività natalizie. La mattina del mio 37° genetliaco mi alzavo alle cinque per registrare il dominio di questo sito. L’ultima domenica del calendario ufficiale indossavo il camice e la mascherina, disinfettavo le scarpe, ed entravo nella sezione di terapia intensiva del reparto di neurologia dell’ospedale Sant’Anna, dove Freya era stata presa per i folti capelli.

A metà gennaio andavo a una plurima festa di compleanno, e per svegliare i presenti ero io a cominciare il karaoke: Sting – Italian in Brno.

See me walking down Masarykova…

Un mercoledí di fine febbraio, terminata la lezione di francese, passavo a trovare una giovane donna slovacca, che inaspettatamente accettava il mio invito a uscire per una birra e s’infilava lesta il cappottino in fibra di litchi.
A tarda sera, sull’ultimo tram verso casa, mi frugavo in tasca e scoprivo di aver lasciato le chiavi in azienda, nella serratura del cassetto dove tengo il portatile. Cosí saltavo sull’ultimo autobus in direzione del parco tecnologico, risalivo la collina a piedi, mi presentavo alla reception, e nel mio miglior ceco spiegavo a un assonnato guardiano cosa facessi lí. Non gliene importava niente. Recuperavo le chiavi, quindi discendevo al capolinea della linea notturna. Qui un ragazzo dall’andatura incerta e dal braccio ingessato cercava di interpretare l’orario, ma non sapeva che ora fosse. Io estraevo il cellulare per dirglielo e lui d’istinto si ritraeva spaventato, come se stessi impugnando un coltello. Conversando nell’attesa mi parlava nel suo miglior spagnolo, di femmine che ci sedevano vicino e di suo padre che viveva nel quartiere borghese della città. Quasi arrivati in stazione gli chiedevo dove abitasse, e sorridendo mi rispondeva che non abitava da nessuna parte. Salutavo Bezdomnyj con una stretta di mano, infine tornavo stanco al mio letto.
La mattina seguente la giovane donna slovacca mi messaggiava di rimando che anche a lei avrebbe fatto piacere rivedermi, certamente, come no: alla prossima uscita di gruppo, eh, di lí a un mese.

Qualche giorno dopo, duecento chilometri piú a Ovest, il Governo proclamava la karanténa.

Verba volant. Scripta manent. Virtualia? ·

Vážené čtenářky, vážení čtenáři,
benvenute e benvenuti su Verba volant. Scripta manent. Virtualia?, il mio nuovo sito Internet.

Erano anni che mi baloccavo con l’idea di rifarmi un vanity site. Nel primo decennio del secolo ne ho aperto e chiuso due, coincidenti di fatto con i weblog che tenevo. Nel decennio scorso ho tenuto altri due blog semi-privati, per raccontare a famiglia e amici le mie storie di emigrato. Quando i conoscenti all’estero hanno superato in numero quelli in Italia, la forma del diario per pochi intimi ha perso senso. Inoltre, essendo pienamente figlio di questo tempo iperconnesso, sentivo la mancanza di un’identità digitale pubblica.

Virtualia? è la mia identità digitale pubblica. Il nome è una mia invenzione di tanti anni fa, quando le “cose virtuali” erano ancora considerate una categoria a sé stante. Il contenuto a oggi è diviso in partes tres: un invito a riprendersi Internet, spazio tecnologico che era nato libero; una presentazione di chi/cosa/dove/come/quando/perché sono; un nuovo blog.
Valentina mi ha definito come “blogger a intermittenza”. È vero, prima o poi torno ad avere il bisogno cerebrale di scrivere un diario digitale di ciò che faccio, ascolto, leggo, guardo, navigo. Il nuovo blog s’intitola Unreliable Narrator perché sono un narratore inaffidabile: per quanto io possa lasciare l’otturatore aperto a registrare passivamente la realtà, la scrittura sarà condizionata dalla direzione verso cui avrò puntato l’obiettivo, dai pensieri che avrò all’atto dello sbobinamento, dalla lingua che userò per fissare l’immagine sulla pagina.

Virtualia? è un sito plurilingue perché per vivere ne uso quattro o cinque. È compilato a mano, byte dopo byte, in HTML5 con qualche tocco di CSS, e non fa uso di CMS perché non ce n’è bisogno. Il suo layout non è responsive perché non ho interesse ad adattarlo a tutti i cellulari e tablet in circolazione, quindi consiglio di visualizzarlo sullo schermo di un computer, comme il faut. È indicizzabile dai motori di ricerca, ma non è archiviabile.
E ho nuovamente registrato il dominio di terzo livello massimiliano.farinetti.eu, perché l’identità comincia con nome e cognome.

Přeju vám příjemné čtení!