Blog → 2022

Internet explorer #21 ·

Malvino → Propaganda, di Luigi Castaldi.

Oblomov → I corpi degli altri, di Giuseppe Bilotta.

Domani → Lo schwa rischia di essere più esclusivo che inclusivo, di Raffaele Alberto Ventura.

All along the rozhledna ·

Rozhledna Holedná, 13/06/2022. © Miroslav Gajda.

A buncha communiss ·

Ho pescato A Confederacy of Dunces alla fermata dell’autobus giú in piazza, fra i volumi di cui la biblioteca locale si libera ogni mattina. Era un’edizione Penguin Classics di metà anni Duemila, e dev’essere stata tre lustri su uno scaffale a prendere polvere, perché la costa e le pagine erano intonse: non m’immagino molti jundrováci interessati alla letteratura americana post-moderna non tradotta.
Eppure il protagonista, l’anti-eroe Ignatius J. Reilly, è in certi aspetti simile all’anti-eroe nazionale Josef Švejk: entrambi sono improduttivi, indulgenti ai piaceri corporali, e vivono ai margini di una società di cui a modo loro si fanno beffe. Ma se il bravo soldato Švejk è o fa l’idiota, e sopravvive per mezzo della sua ignoranza, al contrario Ignatius Reilly è un reietto colto, l’immagine dell’intellettuale so-tutto-io da cameretta, che parla come un libro stampato, si è fatto una propria imperturbabile idea di come la società debba essere, ed è incapace di compromettere questa sua visione della società al fine di poter vivere in essa (notre semblable, notre frère).

You learnt everything, Ignatius, except how to be a human being.

Ignatius vive recluso nella sua stanza a scrivere diari e pamphlet finché un episodio lo costringe a uscire e cercarsi un lavoro, e a confrontarsi con quella umanità che guarda con disprezzo. Il romanzo lo segue nelle sue avventure per le strade di New Orleans, e nelle sue interazioni con i personaggi piú disparati e disperati: la madre vedova, un poliziotto frustrato, un giovane nero sottoccupato, la gestrice di un bar malfamato, un imprenditore annoiato, un ricco omosessuale, e molti altri. Ognuno parla una lingua distinta, una diversa sfumatura del dialetto locale.
Al di fuori di questa “confederazione di cretini” che si oppongono al suo “vero genio” (secondo la citazione di Jonathan Swift che dà il titolo) c’è la beatnik newyorkese Myrna Minkoff, un’ex-compagna di università. I due intrattengono una relazione platonico-epistolare, come novelli Abelardo ed Eloisa, in cui s’informano l’un l’altra dei loro maldestri tentativi di sovvertire l’ordine costituito, lei da sinistra e lui da destra (benché la madre pensi che sia un “communiss”, Ignatius è un reazionario di tre cotte, e ivi risiede l’umorismo).
Quella fra Ignatius e Myrna è la piú alta forma di tensione sessuale irrisolta che abbia mai visto rappresentata nell’arte, e un po’ gliela invidio. Non si risolve neanche alla fine del libro, quando lei torna a New Orleans per salvarlo da se stesso, giusto in tempo per sottrarlo a un ricovero alla casa dei matti. La fuga verso New York, con lei alla guida e lui che le sbraita ordini dal sedile posteriore, è appena iniziata, ma la dinamica del loro rapporto sembra inalterata. Soltanto nell’ultimo paragrafo, lasciando The Big Easy alle spalle, c’è un accenno di affettività e sensualità da parte di Ignatius; ma è come la Cosa al termine del film di John Carpenter, ha trovato un nuovo simbionte da parassitare.

Internet explorer #20 ·

Sophie Shepherd → The Road to Burnout is Paved With Context Switching.

Sophie Shepherd → So you’re thinking of becoming a manager….

Email is Good, by Chris Coyier.

Maggie Appleton → A Brief History & Ethos of the Digital Garden.

Skeptical Inquirer → On Pigeon Chess and Debating, by Massimo Pigliucci.

Philosophy as a Way of Life → How to practice Stoicism, by Massimo Pigliucci.

Rivista il Mulino → Alessandria, giugno 2022, di Giorgio Barberis e Luca Garavaglia.

Radio Prague International → 100 days since start of Russian invasion: how much has Czechia helped Ukraine?, by Anna Fodor.

Pre-order incomplete white puzzle, $35.

The GitHub Blog → Sunsetting Atom.

Windows Experience Blog → Internet Explorer 11 has retired and is officially out of support—what you need to know, by Sean Lyndersay.

Pastrami ·

Lə ragazzettə salta sul 67 appena prima che le porte si chiudano, e trova posto su un sedile rivolto in direzione contraria al senso di marcia. Veste una felpa bianca, jeans skinny-fit, e ha i capelli disordinatamente tinti di un azzurro metallizzato come i suoi occhi, o come Billie Eilish prima che se li facesse verdi. È magrissimə e non ha forme né peluria: piú che genderfluid, è genderless.
Il ragazzetto sale alla fermata del ponte, saluta lə ragazzettə e si siede accanto. Veste le cuffie Marshall squadrate nello stile degli amplificatori, ha il braccio sinistro tutto tatuato, ma anch’egli non dimostra i diciott’anni di ordinanza.
Insieme guardano un video sul cellulare del ragazzetto. Lui posa la testa sulla spalla di ləi, poi ci ripensa. Ləi si torce le mani nervosamente. Sono molto teneri e sembrano molto tristi.


Obligatne + Caramel @ Klub Alterna, Brno,

Klub Alterna lies at the ground floor of a student residence in Ponava, and its A2 stage is in the basement. Tonight the audience is made up of 96% gymnázium or univerzita students; plus the support band’s singer’s mother, her friend, one random man, and a creepy guy with laptop.

Caramel is a trio, in 2020 they released an EP, and ve své hudbě prolínají melancholické texty s chytlavými melodiemi a balancují na hraně emo rocku, post punku a dark popu. Indeed, their set opens with a bassline lifted straight from The Cure’s playbook. They have a passionate claque who sing along their songs, and some bangers that make the girls dance (they will play them again and again and again in the encore).

Obligatne is also a trio, recently they released their debut album, and I have the chance to see them live one year after I wrote about them.

When they manage to blend her songs with the rhythm section, and they begin playing as a band instead of as three separate talented musicians, they will be really interesting.

They have managed in the studio, but not yet on the stage.
Here the singer goes on picking chords on her guitar, while behind her something unrelated happens. Not in terms of staying in tempo or any other technicalities – they know how to play their instruments, they are aware of that, perhaps the bass player is too much aware of that – rather in terms of style. The rhythm section is putting on a different show, too energetic and self-centred to match and sustain the singer’s subdued performance. To my ears their session sounds disjointed, and I see it falling flat on the audience. Also it is quite a short set, a bit over half an hour, ending on a low.
Highlight of the night: the singer and the drummer improvising a cover of Katarzia’s Princezná Lolita during the soundcheck. That was fun!

Singer Kristína Mindová in front of the audience in dim lights.

© Martin Sochorec.

Che bei colori! ·

(Il titolo è da leggersi con il timbro nasale e le vocàli bène apèrte come in quella réclame di vent’anni fa che non ricordo cosa reclamizzasse.)

Busta ricevuta dall’Ambasciata d’Italia a Praga, su cui sono posate cinque schede elettorali in colori rosso, arancione, giallo, grigio, verde, tutti di tonalità desaturata.

Adoro la palette delle schede dei referendum abrogativi di quest’anno! E quel profumo di carta e d’inchiostro che evoca una cabina elettorale di fine Prima Repubblica? Estasiato dalla madeleine democristiana ho reimbustato le schede intonse e domattina le rispedirò all’Ambasciata.


Caricatura giocosa di coccodrillo, dipinta sul muro di cinta di una casa accanto a un canaletto. Muso del coccodrillo.

Camminando lungo i ruscelli urbani si rischia di fare pericolosi incontri. Murale di Maťan Velký, Komínský potok, 29/05/2022.

Ufficio Controllo Animali ·

Averlo visto prima! ·

«I’m going to tell you a secret about everyone else’s job.» «Okay.» «No one knows what they’re doing.» «…» «I don’t know how to run an Animal Control Department. Half the documents I get I put right into the shredder because they’re so boring.» «But you seem, like, you do know what you’re doing.» «Yeah, I seem like it.» «Deep down everyone is just faking it until they figure it out.» «And you will too, ‘cause you’re awesome and everyone else sucks.» «…»

– Ora ti racconto un segreto sul lavoro di tutti gli altri.
– Okay.
– Nessuno sa quello che fa.
– …
– Io non so come si manda avanti un Ufficio Controllo Animali. Metà dei documenti che ricevo li distruggo direttamente perché sono cosí noiosi.
– Ma sembra che tu, ecco, che tu sappia quello che fai.
– Eh, sembra. Sotto sotto tutti semplicemente fingono finché non lo capiscono. E lo farai anche tu, perché tu sei fantastico e tutti gli altri fanno schifo.

Aubrey Plaza (April) e Chris Pratt (Andy), Parks and Recreation S06E06, Filibuster.

La chiave a stella ·

Talvolta, in azienda e fuori, c’è chi mi chiede «come va il nuovo lavoro»: se è come me l’aspettavo, se mi piace, se mi sono pentito del cambio. A volte è una domanda di cortesia e rispondo piemontesemente. A volte è una domanda sentita e cerco di elaborare una risposta adeguata. Dovrei sempre recare con me una copia della Chiave a stella di Primo Levi e regalarla all’interlocutore.

«[I] giorni non sono mica tutti uguali, e oggi è una giornata rovescia, una di quelle che non ne va dritta una. C’è delle volte che uno gli va via perfino la volontà di lavorare». […]
«Eh sí, c’è dei giorni che tutto va per traverso; e si ha un bel dire che uno non ci ha colpa, che il disegno è imbrogliato, che uno è stanco e che per giunta tira un vento del diavolo: tutte verità, ma quel magone che uno si sente qui, quello non glielo toglie nessuno. E allora uno si domanda magari fino delle domande che hanno nessun senso, come per esempio che cosa ci stiamo nel mondo a fare, e se uno ci pensa su non si può mica rispondere che stiamo al mondo per montare tralicci, dico bene? Insomma, quando lei tribola dodici giorni, ci mette tutti i sette sentimenti e tutte le malizie, suda, gela e cristona, e poi gli vengono dei sospetti, e cominciano a rosicare, e lei controlla, e il lavoro è fuori quadro, e quasi non ci crede perché non ci vuole credere, ma poi ricontrolla e poco da fare tutte le quote sono imballate, allora, caro lei, come la mettiamo? Allora per forza che uno cambia mentalità, e comincia a pensare che non c’è niente che valga la pena, e gli piacerebbe fare un altro lavoro, e insieme pensa che tutti i lavori sono uguali, e che anche il mondo è fuori quadro, anche se adesso andiamo sulla luna, e è sempre stato fuori quadro, e non lo raddrizza nessuno, e si figuri se lo raddrizza un montatore. Eh già, uno pensa cosí. … Ma mi dica un po’, capita anche a voialtri?»
Quanto è ostinata l’illusione ottica che ci fa sempre sembrare meno amare le cure del vicino e piú amabile il suo mestiere! Gli ho risposto che fare confronti è difficile; che tuttavia, avendo fatto anche mestieri simili al suo, gli dovevo dare atto che lavorare stando seduti, al caldo e a livello del pavimento, è un bel vantaggio; ma che, a parte questo, e supponendo che mi fosse lecito parlare a nome degli scrittori propriamente detti, le giornate balorde capitano anche a noi.

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, [della robota ~ndMassi] insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di piú, e con piú clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di piú; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.

Internet explorer #19 ·

The Guardian → What I learned about addiction from a Czech crystal meth cook, by Barbora Benešová.

Radio Prague International → “It’s a massive problem” – Doc spotlights meth in rural Czech communities, by Ian Willoughby.

Geo-fenced. Važená paní Benešová, jak se můžeme podívat na Váš film v Česku?

Derek Sivers → Write plain text files.

Aeon → Kafka the hypochondriac, by Will Rees.

RUSIAre Czechia and Slovakia the EU’s New Radical Centre?, by Benjamin Tallis.

Doppiozero → Zelensky, servitore del popolo?, di Adriano D’Aloia.

UnHerd → How Wet Leg conquered Britain, by Dorian Lynskey.

Alcuni aneddoti dal mio futuro → Wet Leg – S/T, di Roberto Briozzo.

Polaroid → I was in your wet dream, di Enzo Baruffaldi.

wrong side of write, by Mike Waterston.

Giornata della Vittoria ·

Delle tredici feste nazionali in Repubblica Ceca, quest’anno ben cinque cadono durante il fine settimana. A differenza dei Paesi anglosassoni, dove le festività del weekend slittano al lunedí successivo, e dell’Italia, dove le festività del weekend se non godute vengono pagate, in Cechia se non godute passano in cavalleria.
Oggi si celebra, cosí come in altri Stati europei, la Giornata della Vittoria nella seconda guerra mondiale; in passato era conosciuta anche come la Giornata della Liberazione dal fascismo.

Documentario dell’Accademia cecoslovacca delle scienze, realizzato per il 20° anniversario della Liberazione con riprese dei cineoperatori militari sovietici.

Brno fu liberata il 26 aprile 1945 per opera del secondo fronte ucraíno dell’Armata Rossa, comandato dal maresciallo Rodion Malinovskyi (cui oggi è dedicata una piazza del centro). La liberazione dei sobborghi settentrionali avvenne in realtà giorni dopo, dopo intensi bombardamenti e scontri sul terreno: l’ultimo a capitolare fu Řečkovice, il 5 maggio. Quasi ogni sobborgo ha quindi un piccolo monumento ai caduti sovietici. A Jundrov sono ricordati cinque di loro, insieme ai soldati e ai partigiani locali.

Aiuola fiorita circondata da querce e abeti, con varie lastre commemorative in pietra e marmo; davanti a esse, cinque lapidi in marmo nero con iscrizioni in cirillico.

Il 25 aprile un caccia sovietico fu colpito dalla contraerea nazista e si schiantò sulla collina dietro Kohoutovice. Un monumento ai piloti caduti fu eretto nel luogo dello schianto nel 1973. Il pilota di quell’aereo fu identificato in seguito, e la sua fotografia venne apposta al monumento: era il sottotenente russo Viktor Kašutin. Sono passato di lí per caso domenica scorsa durante una passeggiata nella riserva Holedná. La stella con inscritti la falce e il martello è stata imbrattata con i colori ucraíni in vernice spray, ma l’effige di Kašutin è intatta.

Monolite in granito nella radura di un bosco, appoggiato a un blocco di cemento cosí da evocare l’idea di un aereo in decollo.

A Praga da tempo si sta discutendo su cosa fare della cittadinanza onoraria e della statua al maresciallo Ivan Konev, liberatore e poi invasore dell’Ungheria (1956) e della Cecoslovacchia (1968). A Brno in Moravské náměstí (già piazza dell’Armata Rossa, già piazza Adolf Hitler) svetta un’alta statua al soldato sovietico. Non mi è giunta voce di dibattiti sulla sua esistenza; ma dopo l’invasione dell’Ucraína da parte della Russia è stata affiancata dalle bandiere dell’Unione Europea, della Repubblica Ceca, dell’Ucraína stessa e… della NATO.

La statua osservata dal fianco posteriore sinistro; in primo piano, le bandiere di Ucraína e NATO.

Si tratta di un compromesso, sensato ma perfettibile, fra il mantenimento della memoria storica e la necessità di contestualizzare il significato di opere celebrative di figure che oggi giudichiamo, se non totalmente negative, quantomeno ambivalenti. Oltre la cancel culture.
Ieri pomeriggio sotto quella statua si è svolto un raduno di cosplayers adolescenti assai genderfluid. Iosif Stalin non avrebbe apprezzato.

Godo ancora ·

5 maggio, santo Karel Poborský.

Il documentario piú bellissimo della storia dei documentari.

Attenzione, attenzione, è l’Olimpico che interviene: la Lazio è in vantaggio.

C’è poco da parlare, stiamo godendo!

Máj krásny Máj ·

Passa lu tiempo e lu munno s’avota, ma ammore vero, no, nun vota vico.

Permanentkář ·

Il finale è stato anticlimatico: nel pomeriggio la squadra dei pallottolieri di Vlašim (nel senso di “produttori di pallottole”) aveva pareggiato, e il distacco da noi arsenalisti di Brno era diventato incolmabile. Lo speaker dello stadio annunciava la promozione in první liga ancor prima dell’ingresso in campo delle formazioni, mentre io addentavo una succosa klobása seduto al sektor L, řada 13, sedadlo 3.
Al sektor L, řada 13, sedadlo 3 avreste potuto trovarmi questa stagione, ogniqualvolta lo Zbrojovka giocava allo stadion di via Srbská. Scrivo “avreste potuto” perché ho assistito soltanto a 7 o 8 partite sulle 14 casalinghe finora disputate, e perché talvolta ho ceduto il mio sedile rosso a una compagnia di preadolescenti (piú interessati ai loro cellulari che al giuoco del pallone) spostandomi un poco in là.

Terreno di gioco durante il riscaldamento pre-partita di calciatori, arbitro e assistenti.

Venti minuti al calcio d’inizio di Zbrojovka Brno – Vysočina Jihlava, 15 agosto 2021.

La permanentka è stato un regalo del mio ex-gruppo di lavoro. Evička mi ha trovato questo ottimo posto, centrale e coperto – díky, Evičko! – dopo un lustro di occasionali accessi al settore N, all’altezza della porta all’estremità nord del campo.
Gli abbonati alla mia destra sono un uomo, all’incirca mio coetaneo, e suo figlio, intorno agli undici anni. Un paio di volte l’uomo ha invitato un collega al posto del figlio; altre volte il figlio è arrivato con tre amici, e per non stare in mezzo ai loro discorsi mi sono spostato al sedile 5. Alla mia sinistra non ci sono abbonati, ma di recente una presenza fissa è stata una coppia di coniugi sulla settantina. Nella fila dietro alla mia (separata da un camminamento) siedono degli ultras poco gentlemen: fanno casino, cantano il contrappunto ai cori degli ultrà “regolari”, e lanciano ad avversari e arbitri degli elaborati epiteti; con loro c’è sempre un bambino che spero non ripeta gli stessi urli a scuola.

Tabellone dello stadio, con scritta celebrativa „PRVOL1GOVÍ“.

Durante l’intervallo di Zbrojovka Brno – Fotbal Třinec, 27 aprile 2022.

Ho mancato a metà delle partite di campionato o perché ero fuori città, o perché si sono svolte in orario di lavoro, o perché l’idea di assistere a un incontro di bassa qualità nel gelo serale non mi ha convinto a uscire (la seconda divisione ceca equivale a una Serie C con meno passione). La prossima stagione torneremo a giocare contro Slavia, Sparta, Viktoria, e altre compagini di livello superiore al nostro. Ci sarà da divertirsi.

La cara triste de la América ·

– … And that’s how I chose Siebel over her.
– Don’t you ever regret that?
– No, I don’t.

L’autistico è stato prelevato nella notte da un asilo vietnamita. In aereo: Rear Window, To Kill a Mockingbird, Strange Days.
Un’ora e mezza in coda all’immigrazione del Benito Juárez; niente, per chi è transitato due volte per le forche del Ben Gurion.

Nel parcheggio dell’aeroporto i cartelloni 6×3 coprono gli scheletri dei cantieri abbandonati. Le chiusure di sicurezza del fuoristrada scattano. Cibo di strada, filo spinato, insegne dipinte: nel cielo buio si illumina la scritta al neon «B I E N V E N I D O E N A M É R I C A L A T I N A».

Il sole sorge sopra una skyline di edifici squadrati.

Laggiú in fondo c’è la Torre Latinoamericana. Cuauhtémoc, 4 aprile 2022.

CDMX giace geograficamente in UTC+7, ma finge di essere in +6 per non tardare troppo sugli USA, cosí l’alba sembra sorgere pigra e lenta. Americana è l’aria condizionata da pinguini in ufficio, ma sul tetto dell’ambasciata accanto sventola orgogliona la bandiera russa (proprio lei).

Intrico ordinato di cavi elettrici in cima a pali svettanti su un’aiuola.

Colonia Hipódromo Condesa (scorcio) vista da Chichén Itzá (meeting room), 5 aprile 2022.

Io e le mie Tre Grazie siamo fianco a fianco per la prima e forse ultima volta, e non ci sentiamo degli sconosciuti. Con loro ho lavorato bene.

Veduta del monumento e della piazza da dietro un pannello di plexiglass che riflette le fonti di luce in terrazza.

Cacofonia visiva. Monumento a la Revolución, Plaza de la República, 5 aprile 2022.

Ho un’intuizione della condizione femminile in una società machista quando una di loro intraprende il viaggio di tre ore verso casa, e chiede di controllare sul cellulare che l’autista dell’Uber abbia preso la direzione giusta. «Se le succede qualcosa è colpa mia», penso colonialmente.

In spray bianco su pannello blu: «NOSOTRAS SOMOS LA RESISTENCIA».

Graffito femminista. Avenida Juárez, Alameda Central, 6 aprile 2022.

Ogni mattina nella sala della colazione il presidente AMLO è in TV con un qualche pretesto. I tre cortei incrociati che ci impediscono il ritorno in albergo, di diversa estrazione popolare, suggeriscono una qualche imminente elezione. I miei compagni di viaggio non paiono interessati.

Composizione di due foto al crepuscolo: a sinistra, la Cattedrale dell’Assunzione; a destra, i palazzi governativi.

Passeggiatina serale. Plaza de la Constitución (Zócalo), 6 aprile 2022.

Nel Centro Histórico i perros callejeros sono scomparsi. Altrove un hombre callejero mi fa cenno di seguirlo: lo ignoro, e sappiamo entrambi che non può varcare la soglia dell’hotel, confine magico fra i nostri diversi mondi. Con quel suo skateboard sembra Steve Buscemi in 30 Rock.

Bar o negozio con insegna “Oranžový”, visto dal finestrino dell’auto ferma in mezzo al traffico.

Brno? Praga? No: Città del Messico, 6 aprile 2022.

Se non mi sono beccato la COVID-19 nel malsano ambiente dell’Escape Room “El Purgatorio”, né su due voli transatlantici, dove me la becco?

Quadro raffigurante un teschio con aureola, realizzato con la tecnica del “popotillo sobre cera de abeja”.

Ariosto RiveraCambios y movimientos pieza IV, Hilton Reforma, $29,000 MXN.

– ¡Señor, dobemos vuelver a l’inicio!

Internet explorer #18 ·

GoFundMe → Direct help to refugees at the border, by Kasia Niespial.
Kasia, un animo gentile e un tesoro, è andata nel suo paese natale in Polonia a far la volontaria in un centro di prima accoglienza per profughi. Ha raccolto donazioni per quasi quattromila sterline, con cui acquista cibarie e vestiti, e ogni giorno ci racconta delle persone che incontra.


Linkiesta → Tutto quello che ho visto nel mio viaggio per salvare i profughi, di Sergio Pilu.

The Guardian → The people who keep the refugee trains running out of Ukraine – photo essay, by Shaun Walker and Jelle Krings.

Respekt → Koljo, nečekej, naskoč a jeď, pak se najdeme, od Ivany Svobodové.

Respekt → Uprchlické centrum na brněnském výstavišti, od Matěje Stránského.

Brno Daily → Opinion: Where Are The Lines of Innocence and Humanitarianism Drawn in Eastern Europe?, by Melis Karabulut.

Strade → Spese militari e difesa europea. Conte ha torto, ma Draghi non ha ragione, di Marco Zecchinelli.

Short fuse ·

Un qualche giorno dell’estate del 1993, quella fra elementari e medie, di cui non ricordo niente, mia madre portò a casa un’audiocassetta che le aveva passato una collega: una C74 della BASF o della TDK, copia pirata della compilation del Festivalbar; ma non tutta la compilation, soltanto la seconda metà, quella con gli artisti internazionali.
Quella cassettina restò qualche tempo nell’autoradio dell’A112, per poi finire nel mangianastri rosso della mia cameretta e contribuire alla mia un po’ estemporanea educazione musicale. La scaletta è vergognosa: gli Ace of Base, Haddaway, Terence Trent D’Arby; ma ci si trovano anche Ordinary World, Break It Down Again, Sweet Harmony e il suo video patinato con le modelle patane.
Il mio brano preferito è Regret dei New Order:

Regret arriva al termine della prima parte della carriera del gruppo, dopo i classiconi degli anni Ottanta che tutti citano per darsi un tono. Peter Hook ha scritto che è la loro ultima bella canzone (ovviamente sbaglia, quella è Crystal). Per me rientra nella personalissima categoria dei “perfetti pezzi pop” (la produzione è di Stephen Hague), e mi sorprende sempre quanto Bernard Sumner la prenda alta.
Gli esterni del video furono girati in marzo a Roma e a Los Angeles, e mostrano la band in giro per la capitale italiana su sfondi caratteristici: Trinità dei Monti, il Colosseo, la via Salaria (uh uh). L’estetica è quella dei primi anni Novanta: forte saturazione, split screens, tagli veloci. Verso 1′30″ il montaggio alterna Stephen Morris con un graffito su un muro di mattoni nudi:

Fermoimmagine dal videoclip: il graffito recita «NÉ USA NÉ URSS EUROPA ARMATA E LIBERA!»

Immagino che il regista Peter Care l’abbia considerato attinente al tema visuale impostato dall’art designer Peter Saville per l’album Republic: la decadenza degli imperi. La Guerra Fredda era appena finita, uno dei due si era dissolto, l’altro aveva ancora ragione di esistere?

Ripenso a quel graffito, cui probabilmente io solo ho prestato attenzione, in queste ultime vivaci settimane in cui l’impero russo s’è risvegliato e l’impero americano osserva gli eventi a distanza; e l’Europa in mezzo, con una vera guerra sul proprio territorio, a chiedersi leninianamente «che fare», da che parte stare, se e quanto riarmarsi. Un graffito comparso in una manciata di fotogrammi in un videoclip di ventinove anni fa ha nuovamente rilevanza politica, come se gli ultimi tre decenni non fossero mai avvenuti, una linea diretta dalla dacia di Gorbačëv in Crimea al bunker di Zelenskyi a Kiev.

C’è un piccolo problema. La vedete quella croce celtica? USAURSS era uno slogan del movimento neofascista Terza Posizione.

Video alternativo di Regret girato per Top of the Pops sul set di Baywatch; notare l’entusiasmo di Gillian Gilbert.

Moltitudine, moltitudine ·

Volodymyr osserva le due volontarie austriache fermarsi al terzo tavolino. Quella adulta – quella senza sciarpa in testa, ma non fanno parte di un’organizzazione cristiana? – chiede a un uomo se la panca di fronte è libera. Volodymyr vede l’uomo gesticolare con le braccia tese e i palmi delle mani rivolti verso l’alto. La volontaria adulta fa segno a lui e a Iryna di prendere posto.
Non prendono posto ma posano sulla panca tutte le loro cose: due zaini. Volodymyr vede l’uomo ingozzarsi di un’informe massa arancione, e pensa che in trentadue anni di matrimonio Iryna non gli ha mai cucinato niente di cosí rivoltante; ma qualunque cosa sia, a quell’uomo piace. Stasera Volodymyr non ha fame. Sua moglie è al telefono con Yelyzaveta che vive in Cechia: la informa che sono a Vienna e li faranno salire su un treno che partirà alle sei e ventitré; no, non lo sa a che ora arriveranno; sí, papà sta bene; no, Sasha non l’ha ancora sentito. «бувай».
Volodymyr e Iryna siedono ad aspettare. «Dobrý večer», li saluta l’uomo. «добрий вечір», gli rispondono. Volodymyr si sbottona il giaccone che indossa sopra la tuta dello Spartak Kiev. Sua moglie si rialza subito per chiamare il figlio rimasto in città. E subito ritorna la volontaria adulta, perché il treno speciale già li attende al binario. Volodymyr si riabbottona il giaccone, prende i due zaini, e si commiata con l’uomo. «Auf wiedersehen». Quello, con la bocca piena, fa “ciao” con la mano.

ORFCaritas-Notschlafstelle am Hauptbahnhof / Hilfe-Hotspot am Hauptbahnhof.
Michael Bonvalot → Flüchtlinge werden am Wiener Hauptbahnhof aus dem Zug geworfen.


Con la coda dell’occhio Olga guarda il viaggiatore scapigliato che poco fa ha messo la valigia nella cappelliera sopra al sedile. Sta fissando nervosamente la porta dello scompartimento, forse non ha il biglietto? Lei e le sue bambine il biglietto non ce l’hanno, ma alla Hauptbahnhof l’hanno rassicurata che le basterà mostrare i passaporti al controllore.
I controllori delle ferrovie ceche sono due, un uomo e una donna che percorrono il treno in direzioni opposte e s’incontrano esattamente all’altezza di Olga. Le sue bambine mostrano orgogliose il libretto blu con le insegne dorate. Il controllore-uomo sorride, poi muta espressione e indica una scritta sopra alle loro teste: «Rezervováno Brno–Praha». Il controllore-donna invita Olga e le sue bambine ad alzarsi e a seguirla nello scompartimento in coda. La bambina piú piccola mostra la lingua al viaggiatore scapigliato: è sicura che sia tutta colpa sua.

Respekt → Čekání na bezpečí, od Milana Bureše.
Buongiorno Slovacchia → Oltre 165 mila profughi entrati in Slovacchia dall’Ucraina in due settimane.
Radio Prague International → Ukrainian refugees arriving by the thousands at Prague’s main train station, by Martina Kroa.


Anastasiia s’infila lesta fra le porte dell’autobus 67, condottiera della folla in uscita dal centro commerciale, e siede accanto a un tizio che tiene il capo appoggiato al finestrino e una borsa porta-computer in grembo. Mamma e zia le siedono dirimpetto, stringendo a sé asciugamani e una bacinella di articoli per la casa. Alla zia la mascherina chirurgica è scesa sotto il nasone: altrimenti non respira, si giustifica.
La mamma chiede ad Anastasiia a quale fermata dovranno scendere. «Skácelova, це недалеко», risponde la ragazzina che come un’antenna impugna l’unico cellulare con connessione dati, lo scettro del potere fra le unghie laccate di rosa. Già a Charvatská la zia si muove irrequieta e stringe gli occhi per leggere il visore in testa al veicolo. Ma davvero Skácelova non è lontano: la folla sciama, e loro tre, e l’autobus si svuota.

Brno Expat Centre → Get help, or help those fleeing Ukraine.
Brno Daily → War In Ukraine Transforms Czech Attitudes Towards Refugees In Just A Few Days, by Julie Chrétien.
Respekt → Věřím, že Česko udělá víc než to, že na uprchlíky někde nebude pršet, od Františka Trojana.

CCCP už nikdy! ·

Scritta infantile in gessetto rosa su pavimentazione grigia: «PÍČA PUTINSKÁ».

Letteralmente significa “figa putiniana”, ma va usato come insulto: «sei proprio una píča putinská!» Può tornare utile con certi personaggi.
Foto scattata oggi al parco giochi davanti al municipio di Brno-Komín, dove i bambini hanno preso posizione senza ambiguità.

Dumbass ·

Fine dell’imperialismo degli invasori russi
E del colonialismo inglese e americano

(Franco Battiato – L’esodo.)

Conosco un ridotto numero di russə; di ucraínə ancor meno. A una festa a casa di Eliška incontrai una giovane di Dnipropetrovsk dagli occhi viola, che flirtò lei con me fin quando capí che non ero il ragazzo della ricciolona mora con cui ero arrivato. Questo è il mio unico legame e tutto quel che so sul conflitto in corso, del resto anch’io ho imparato la geopolitica dai libri con le figure colorate.

So anche che metà del Parlamento italiano è in tasca a Vladimir Putin e/o a Xi Jinping, e non mi pare che ciò sia fatto notare abbastanza.
Il governo ceco era in tasca loro fino all’autunno scorso, poi alle elezioni legislative due dei tre partiti compromessi sono stati messi alla porta. “L’amico Putin” è stato rinnegato pure da Miloš Zeman, il presidente uscente filo-russo, che gli ha dato pubblicamente del šílenec, “pazzo”.

L’invasione dell’Ucraína ha toccato le corde dei Cechi e degli Slovacchi, che subirono un trattamento simile nel 1968.
Il nuovo governo ceco, filo-occidentale, ha fatto chiudere il consolato russo a Brno. Il comune e la regione stanno preparando assistenza legale e alloggi per i profughi: si prevede saranno soprattutto donne, bambini e anziani, perché gli uomini coscrivibili non possono lasciare il Paese. Al contrario, qualche ucraíno è partito a combattere ([t]hey already fought in the Donbas in 2015, per ora preferisco non farmi domande). Le ferrovie hanno organizzato treni speciali gratuiti in entrambe le direzioni; i media statali pubblicano notiziari in lingua.
Le istituzioni di Bratislava, dall’orientamento variegato, si sono subito schierate con Kiev, e hanno concesso ai profughi uno statuto speciale con assistenza sanitaria e permesso di lavoro. La Slovacchia mantiene un breve confine con quel lembo d’Ucraína chiamato Transcarpazia che per vent’anni fece parte della Cecoslovacchia col nome di Rutenia subcarpatica, e su cui i nazionalisti ungheresi hanno messo gli occhi in caso di spartizione (è un complicato angolo d’Europa).

Denník N → Na hranici ukázalo Slovensko solidaritu […], od Ľudmily Kolesárovej a Vladimíra Šnídla.

Su Internet noto la singolare corrispondenza fra crypto bros, “no vax”, e tankies rossobruni, come se si abbeverassero alle medesime fonti di (dis)informazione. Vedo persone intelligenti condividere i contenuti di Russia Today e Sputnik, le moderne versioni della Komsomolskaya Pravda per il pubblico digitale occidentale, e mi chiedo quanto vi credano o quanto sentano bisogno di credervi in reazione all’establishment.
Ovviamente è in atto anche la propaganda americana ed europea, ma ci siamo dentro ed è piú difficile riconoscerla. Talvolta non è neppure propaganda, ma cialtroneria dei giornalisti che usano materiale non correlato per lo choc che provoca. Conseguenze sono la perdita di fiducia nei media tradizionali, e la spinta degli spettatori verso le vere fake news: «se la Rai mi fa vedere finte immagini di bombardamenti, allora è tutto falso, e ha ragione quel tizio su YouTube nel dirmi che Putin vuole liberare i russofoni dal giogo nazista». No.
Abituamoci a fare la tara di ciò che leggiamo e vediamo. Chiediamoci qual è la fonte primaria, con chi è schierato il divulgatore, a quale potere risponde il canale di diffusione.

Ora Слава Україні! Smrt fašizmu, sloboda narodu!
Quando la guerra sarà finita, le trattative in corso sulle sanzioni dimostrano che occorrerà trovare soluzioni migliori – soluzioni comuni – per le politiche energetiche e di sicurezza dell’Unione Europea; e che occorrerà riconsiderare il nostro rapporto con la NATO, perché gli interessi economici e militari delle due sponde dell’Atlantico non coincidono.

Ho chiesto a Majka quali organizzazioni benefiche conosce, che operano alla frontiera della Slovacchia con l’Ucraína. Mi ha suggerito:

Ripetizioni di geografia ·

Украина есть Украина!

Internet explorer #17 ·

The Baffler → Electric Crypto Balkan Acid Test, by Alexander Clapp.

My Spiace → La calligrafia delle ragazze sulle cassette, di Paolo Albera.

Reuters Graphics → Gender and language, by Minami Funakoshi and Sam Granados.

UnHerd → Why comedians stopped being funny, by Dorian Lynskey.

The Guardian → The death of the department store, by John Harris.

Common Sense → What the Truckers Want, by Rupa Subramanya.

Complotti! → La carovana della libertà, di Leonardo Bianchi.

Il Fort William resta la squadra che ho visto subire piú gol in una sola partita, 8, e tutti dallo stesso calciatore.

Řidičský průkaz ·

Nei tre o quattro mesi in cui insegnai l’italiano agli immigrati, come volontario presso l’associazione Verso il Kurdistan, fra tanti magrebini uno degli studenti miei e di Gaia era un ragazzo argentino. Era arrivato ad Alessandria per ottenere la cittadinanza italiana; ottenutala, subito partí per la Spagna a fare il bagnino. Sempre meglio che fare il bidello a Valenza, eh!

Da quando sono iscritto all’AIRE, come cittadino italiano godo degli stessi diritti del mio neo-connazionale per ius sanguinis, che sono un po’ meno di quelli dei residenti regolari. Per esempio non ho piú accesso al Sistema Sanitario Nazionale, a eccezione delle prestazioni ospedaliere urgenti (d’altra parte non pago le tasse in Italia, e ho accesso al sistema sanitario ceco). Spiega il sito della Farnesina:

L’iscrizione all’A.I.R.E. è un diritto-dovere del cittadino (art. 6 legge 470/1988) e costituisce il presupposto per usufruire di una serie di servizi forniti dalle Rappresentanze consolari all’estero, nonché per l’esercizio di importanti diritti, quali per esempio:

  • la possibilità di votare per elezioni politiche e referendum per corrispondenza nel Paese di residenza, e per l’elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento Europeo nei seggi istituiti dalla rete diplomatico-consolare nei Paesi appartenenti all’U.E.;
  • la possibilità di ottenere il rilascio o rinnovo di documenti di identità e di viaggio, nonché certificazioni;
  • la possibilità di rinnovare la patente di guida (solo in Paesi extra U.E.; per i dettagli consultate la sezione Autoveicoli – Patente di guida).

L’ultimo link porta a una pagina bianca, quella d’interesse è un’altra che recita:

PAESI APPARTENENTI ALL’UNIONE EUROPEA […]
E’ possibile rinnovare la propria patente italiana rivolgendosi esclusivamente alle Autorità locali […]

In pratica: posso votare per corrispondenza alle elezioni europee, alle legislative italiane, ai referendum, e alle amministrative di una regione e di un comune con cui non ho piú niente a che fare. Per carta d’identità e passaporto devo rivolgermi all’Ambasciata a Praga. Per la patente di guida devo rivolgermi agli uffici della motorizzazione della Repubblica Ceca.

La mia patente B italiana era scaduta nel maggio scorso, ma causa pandemia l’Unione Europea ne aveva esteso la validità per altri dieci mesi. Di fatto non avrei potuto rinnovarla, ma soltanto sostituirla con una patente di guida ceca. Come al solito ho trovato chiare istruzioni sul sito del Brno Expat Centre. Sono necessari:

  • patente da sostituire;
  • (copia del) passaporto;
  • certificato di residenza (temporanea o permanente);
  • (se il certificato di residenza è temporaneo) prove multiple di residenza continuativa (ovvero piú di sei mesi):
    • contratto d’affitto con controfirma nell’ultimo mese (o estratto dal registro del catasto);
    • conferma d’impiego subordinato (o estratto dal registro d’impresa, o certificato di disoccupazione) piú recente di due settimane;
    • almeno due fra estratto del conto corrente bancario, contratto e bollette di acqua / luce / gas / telefono / internet, ecc.;
  • modulo di autocertificazione che la patente da sostituire è valida;
  • pagamento di una tassa di 200 corone, o 700 se la domanda è urgente.

È possibile fare domanda per via elettronica o presentandosi allo sportello comunale. A Brno è possibile prenotare un appuntamento via web.

Ho rastrellato pazientemente la foresta di papíry, ho preso un giorno libero, e tre venerdí fa all’ora indicata mi sono presentato allo sportello. Dall’altra parte del vetro ho trovato una santa donna che ha fatto di tutto per accettare le stampe che le porgevo; e per fortuna in borsa oltre agli estratti conto e alle bollette avevo una terza prova di legame col territorio, con una nota in calce che provava che non sono di passaggio. Foto, timbro, firma. Dopo venti giorni sono tornato a ritirarla:

La mia patente ceca, con i dettagli cancellati e il volto coperto dall’emoticon Duhard di phpBB.

Attendo con impazienza il giorno in cui, tornato in vacanza nel Bel Paese, dovrò mostrarla all’appuntato Gargiulo.

Franz Kafka e il cornoletame ·

A commento dell’incresciosa attività del Parlamento italiano, un brano tratto dai Diari di Franz Kafka:

[28 marzo 1911]

Mia visita al dottor Steiner.
Una donna è già in attesa (al secondo piano dell’Hôtel Victoria nella Jungmannstrasse) e mi prega insistentemente di entrare prima di lei. Aspettiamo. Viene la segretaria e ci prega di pazientare. Lo vedo attraverso un corridoio. Poco dopo con le braccia semiallargate viene incontro a noi. La donna dichiara che sono venuto prima io. Lo seguo mentre mi guida nella sua stanza. La sua giacca nera che nelle sere di lezione sembra lucidata (non lucidata, ma lucente in seguito al nero puro), ora, alla luce del giorno (ore 3 del pomeriggio), è impolverata e persino frittellata, specialmente sul dorso e sulle spalle.
Nella sua stanza tento di far notare la mia umiltà, che non riesco a sentire, col cercare un posto ridicolo per il cappello; e lo metto su un trespolo che serve a chi si allaccia le scarpe. Una tavola nel mezzo. Siedo con lo sguardo verso la finestra, lui al lato sinistro della tavola. Su questa, carte con un paio di disegni che ricordano quelli delle lezioni di fisiologia occulta. Un fascicoletto di “Annali di filosofia naturale” copre un mucchietto di libri che di solito pare siano sparpagliati. Ma non si può guardarci in giro perché egli tende a trattenerci sempre col suo sguardo. Se qualche volta non lo fa, bisogna stare attenti al ritorno dello sguardo. Egli incomincia con alcune frasi staccate: Lei è bene il dottor Kafka? Si è occupato molto di teosofia?
Io invece tiro fuori il discorso che ho preparato: […]
Egli ascoltò con la massima attenzione, evidentemente senza badare a me per nulla, tutto preso dalle mie parole. Di tempo in tempo annuiva con un cenno che, a quanto pare, egli considera favorevole a una forte concentrazione. Da principio lo disturbava un quieto raffreddore, il naso gli sgocciolava ed egli vi frugava continuamente col fazzoletto infilando un dito in ciascuna narice.

(Traduzione di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1953.)

S/T ·

Ero a casa da scuola, confinato a letto con l’influenza. Con il telecomando dello stereo scalavo le stazioni che avevo memorizzato, dalle private alle locali. La EMI aveva fatto un gran lavoro di marketing: era in heavy rotation su tutte le radio nazionali, e potevo riuscire ad ascoltarla anche due o tre volte all’ora. Quelli che ne capivano la definivano “beatlesiana”. E poi c’era il videoclip diretto da Sophie Muller:

Beetlebum, una canzone sull’eroina dal testo lascivo ed ermetico, apre il mio disco preferito, quello senza titolo, della mia band preferita.
Ufficialmente Blur è uscito lunedí 10 febbraio 1997, ma sono arci-sicuro di averlo acquistato da Klark Kent – Musik & Passion giovedí 6, fanno venticinque anni oggi. Non ho particolari ricordi associati a esso, non è un disco dal valore personale, ma quelle tracce le ho consumate.

Il secondo singolo estratto dall’album fece il botto:

Song 2 è la parodia del grunge che dà due piste al grunge, è il coretto woo-hoo universalmente noto, è FIFA: Road to World Cup 98.
Quell’anno mi ritrovai a essere fan di qualcosa di cool e popolare, giusto un po’ in ritardo rispetto al resto del mondo (si era in provincia).

I Blur suonarono Beetlebum e Song 2 al Concerto del Primo Maggio: Damon Albarn fece un discorsetto politico che posso citare a memoria.
Una copia del Guardian del primo maggio la comprai all’edicola della stazione due giorni dopo (si era in provincia, appunto): una monografia di presentazione delle elezioni che il Labour stravinse dopo eighteen years of right-wing government. In prima pagina dell’inserto G2 c’era un’intervista doppia a due diciottenni nati il giorno del trionfo di Margaret Thatcher: lei, della middle class, destinata a diventare medico; lui, della working class, con la massima prospettiva di possedere un garage.
E in estate sullo schermo all’aperto del cinema Ambra vidi Trainspotting.

Immagine sul retro del CD, con i quattro musicisti immersi in un nebbioso paesaggio islandese.

La BBC celebra il quarto di secolo del “disco giallo” riproponendo la sessione live nel giardino di John Peel.

Un giorno nella vita di George Falconer ·

So esattamente quando ho “conosciuto” Christopher Isherwood: nel 1995, la domenica prima di santa Rita, avevo accompagnato mia madre dalle suore in centro a prendere le rose benedette. C’era una qualche pesca di beneficenza, mia madre prese a casaccio dei libri usati che non m’interessavano: un Salgari, un Verne, e questo volume rivestito di carta ruvida. In copertina c’era un acquerello raffigurante una prostituta; sul retro il precedente proprietario aveva disegnato a penna il profilo di un volto androgino. Il volume era Addio a Berlino: oggi certi giornali titolerebbero «Scandalo ad Alessandria, le suore fanno propaganda gender!»
Non ho mai aperto né quel Salgari né quel Verne; di Herr Issyvoo ho letto tre romanzi, tre diari di viaggio, un’autobiografia.

La primavera scorsa, nella mia gitarella a Malá Strana, fra i libri impilati sugli scaffali instabili di Shakespeare a synové, ho pescato una copia un po’ maltrattata di A Single Man, che avevo già letto nella traduzione italiana in una copia ancor piú maltrattata. Avevo scritto in Scartari:

Un uomo solo ·

No, non è un coming out.

Questo libro occhieggiava da mesi in triplice copia dallo scaffale del Libraccio: un po’ per il titolo, un po’ per la quarta di copertina (Il suo amico è morto, e non gli restano che il disincanto e la solitudine), non mi ero mai deciso a comprarlo. Quando ho letto che ne è stato tratto un film diretto dallo stilista Tom Ford (uh?) e interpretato da Colin Firth, ho deciso di anticipare i tempi del marketing, sono tornato in negozio e ne ho trovato un’ultima copia particolarmente pasticciata e vetusta. Vabbè.

Un uomo solo è indicato da piú fonti come il romanzo che ha aperto la stagione dell’emancipazione omosessuale. Non ricordo in effetti un personaggio letterario, da Achille ad Adriano, piú dichiaratamente gay di George, docente inglese di letteratura in un ateneo della California e recente vedovo del compagno Jim.
Le prime quindici pagine di questo breve volume descrivono, con prosa asciutta e precisa, il disfacimento fisico di George e la sua condizione solitaria: la mancanza improvvisa dell’altro ha cambiato la percezione di sé e degli spazi intimi vissuti in coppia. Appena fuori di casa egli avverte l’estraneità a un ambiente – la California del 1962 – all’apparenza accogliente e liberale, in sostanza sottilmente omofobo; quarantasei anni dopo, gli eredi dei personaggi avrebbero votato “Sí” al Referendum 8.
George è spietato con la società: il sogno americano perpetua se stesso in tante identiche famigliole (felici?) e produce allo stesso modo little boxes e università. George è spietato anche con se stesso, triste misantropo ed emigrato inconsciamente nostalgico: in lui c’è tutto Christopher Isherwood. Soprattutto, in lui si manifesta la sessualità cui Isherwood nelle opere precedenti aveva potuto soltanto accennare. Berlin meant boys, ma anche la California è ben popolata: le annotazioni sui corpi dei giovani che ronzano intorno al protagonista sono crude ed esplicite, e l’incontro con l’allievo Kenny è un tentativo di seduzione sensuale prima che intellettuale (voglio vedere come Nicholas Hoult se la cava nel ruolo dell’adescatore ritroso).
La giornata di George si conclude, prosaicamente, con una sega veloce. In A Single Man non c’è spazio per nessuna sensibilità da stereotipo, per nessuna eccentricità macchiettistica di quelle che rendono gli omosessuali commerciabili al pubblico dei reality show come “froci”. Il suo valore emancipatore è forse tutto in questa non ammiccante schiettezza.

Sono pienamente d’accordo a metà col me stesso di tredici anni fa.

George, professore di inglese cinquantottenne, ennesimo alter ego di Isherwood, non è un triste misantropo né prova nostalgia per la patria Inghilterra. Si percepisce però come estraneo all’ambiente in cui vive, e come facente parte di una minoranza invisibile. I temi dell’invisibilità (Nobody would have seen us. We’re invisible – didn’t you know?) e della minoranza ricorrono nel testo. C’è un passaggio in cui George fantastica su una sua personale alleanza con i non-bianchi, che farebbe del romanzo un potenziale proto-manifesto delle teorie intersezionali:

No sooner have you turned off the freeway on to San Tomas Avenue than you are back in the tacky sleepy slowpoke Los Angeles of the thirties, still convalescent from the depression, with no money to spare for fresh coats of paint. And how charming it is! An up-and-down terrain of steep little hills with white houses of cracked stucco perched insecurely on their sides and tops, it is made to look quaint rather than ugly by the mad hopelessly intertwisted cat’s cradle of wires and telephone poles. Mexicans live here, so there are lots of flowers. Negroes live here, so it is cheerful. George would not care to live here, because they all blast all day long with their radios and television sets. But he would never find himself yelling at their children; because these people are not The Enemy. If they would ever accept George, they might even be allies. […]

Ma un successivo estratto dalla lezione che George tiene ai suoi studenti probabilmente rende il libro sgradito ai promotori di queste teorie:

«So let’s think about this in terms of some other minority, any one you like, but a small one – one that isn’t organised and doesn’t have any committees to defend it. […]»
«Now, for example, people with freckles aren’t thought of as a minority by the non-freckled. They aren’t a minority in the sense we’re talking about. And why aren’t they? Because a minority is only thought of as a minority when it constitutes some kind of a threat to the majority, real or imaginary. And no threat is every quite imaginary. Anyone here disagree with that? If you do, just ask yourself: what would this particular minority do if it suddenly became the majority, overnight? You see what I mean? Well, if you don’t – think it over!»
«All right – now along come the liberals – including everybody in this room, I trust – and they say, ‘minorities are just people, like us’. Sure, minorities are people; people, not angels. Sure, they’re like us – but not exactly like us; that’s the all-too-familiar state of liberal hysteria, in which you begin to kid yourself you honestly cannot see any difference between a Negro and a Swede. […]»
«So, let’s face it, minorities are people who probably look and act and think differently from us, and have faults we don’t have. We may dislike the way they look and act, and we may hate their faults. And it’s better if we admit to disliking and hating them, than if we try to smear our feelings over with pseudo-liberal sentimentality. If we’re frank about our feelings, we have a safety-valve; and if we have a safety-valve, we’re actually less likely to start persecuting… I know that theory is unfashionable nowadays. We all keep trying to believe that, if we ignore something long enough, it’ll just vanish.»
«[…] Well, now, suppose this minority does get persecuted – never mind why – political, economic, psychological reasons – there always is a reason, no matter how wrong it is – that’s my point. And, of course, persecution itself is always wrong; I’m sure we all agree there… But, the worst of it is, we now run into another liberal heresy. Because the persecuting majority is vile, says the liberal, therefore the persecuted minority must be stainlessly pure. Can’t you see what nonsense that is? What’s to prevent the bad from being persecuted by the worse? Did all the Christian victims in the arena have to be saints?»
«And I’ll tell you something else. A minority has its own kind of aggression. It absolutely dares the majority to attack it. It hates the majority – not without a cause, I grant you. It even hates the other minorities – because all minorities are in competition: each one proclaims that its sufferings are the worst and its wrongs are the blackest. And the more they all hate, and the more they’re all persecuted, the nastier they become! Do you think it makes people nasty to be loved? You know it doesn’t! Then why should it make them nice to be loathed? While you’re being persecuted, you hate what’s happening to you, you hate the people who are making it happen; you are in a world of hate. […]»

Isherwood sa di camminare sulle uova, e sente il dovere di scusarsi: By this time, George no longer knows what he has proved or disproved, whose side, if any, he is arguing on, or indeed just exactly what he is talking about. And yet these sentences have blurted themselves out of his mouth with genuine passion. He has meant every one of them, be they sense or nonsense. È una excusatio inutile: secondo gli attuali criteri culturali Isherwood si porta male e sarebbe passibile di “cancellazione” per l’uso della parola negro, per un certo sguardo di retaggio coloniale sul sud del mondo, e perché gli piaceva la carne fresca. Sono uova dal guscio fragile.

Tom Ford sintetizza e semplifica la lezione di George cosí:

If the minority is somehow invisible, then the fear is much greater.

Il film di Ford è un atto d’amore verso il libro. Un artista fra i piú conosciuti e stimati nel suo campo decide di cimentarsi in un’arte diversa, finanziando l’opera in proprio, lavorando su scrittura e immagini. Il risultato è un adattamento appassionato, imperfetto, molto personale.
Il George Falconer interpretato magistralmente da Colin Firth è, lui sí, triste e prossimo al suicidio. È un uomo molto controllato, privo dello humour nerissimo del soggetto del romanzo, della sua animalità; ed è molto piú stiloso, ovviamente, con minime tracce del dirty old man delineato nel testo. Il suo mondo è desaturato, in toni di grigio, ma torna ad accendersi con il contatto umano, con la prospettiva di un futuro (anche senza Jim).

Fermoimmagine dal film, con un abito e gli effetti personali di George disposti ordinatamente sulla sua scrivania in preparazione al suicidio.

File under: satisfying pictures.

Letteratura e cinema sono arti diverse, e nella trasmigrazione dei concetti da una all’altra necessariamente qualcosa va perduto: per esempio il senso purificatorio del “battesimo” nell’oceano, o il significato (mutuato dall’induismo) dell’acqua quale elemento di comunione universale; al cui contrasto, [o]n the dark hillsides you can see lamps in the windows of dry homes, where the dry are going dryly to their dry beds.

Internet explorer #16 ·

Charity.wtf → Engineering Management: The Pendulum Or The Ladder, by Charity Majors.

Benji Weber → Leadership Language Lessons from Star Trek.

Quillette → Remembering Berlin’s Post-Communist Art Colony—Before It Became ‘Kitsch for the Rich’, by Ulrich Gutmair.

Doppiozero → Le peripezie di Radetzky, di Cesare Galla.

Interconnected → Superheroes create cultural acceptance for popular oligarchy, by Matt Webb.

Brno Daily → Expat Entrepreneurs: Sesamo Brings A Sicilian Artisanal Touch To Brno’s Gastro Scene, by Melis Karabulut.

Web3 is going just great, by Molly White.

… E tre ·

La Befana mi ha portato in dono il booster.
Subito dopo Natale il nuovo governo del concittadino Petr Fiala ha aperto anche agli ultra-trentenni la registrazione per la dose di richiamo. Io mi ero pre-registrato qualche tempo prima ed ero soltanto in attesa del codice per prenotarmi, ma il codice non arrivava. Cosí ho cancellato la pre-registrazione e mi sono ri-registrato, ma ancora il codice non arrivava. Il portale delle vaccinazioni indicava che l’identità era in corso di verifica: ohibò, era la stessa identità delle due vaccinazioni precedenti. Ho tentato una terza volta, ancora niente codice.

Il vakcinační centrum Bohéma, aperto da una fondazione benefica e co-gestito dal comune di Brno e dalla Caritas diocesana, accetta pazienti senza prenotazione, sette giorni su sette, nel fu-ristorante all’interno del Teatro Janáček, e ha un’ampia disponibilità di Pfizer e Moderna.
Il processo è molto meno rigoroso di sei mesi fa. All’ingresso una ragazzina consegna un numero progressivo ai pazienti, stipati in uno spazio assai piú ridotto di quanto le norme igieniche suggeriscano. Alcuni impiegati li identificano e inseriscono i loro dati nel registro elettronico. Medici o infermieri ne discutono in fretta l’anamnesi. A uno a uno sono inoculati, e spediti in una sala d’attesa per un tempo indefinito. Nessun tesserino cartaceo viene consegnato, ma è possibile farsi stampare da un ultimo volontario il certificato di vaccinazione aggiornato.
Ho parlato con gli addetti in ceco e in inglese. Il medico o infermiere, giovanissimo, mi ha lasciato la scelta del vaccino (?) e mi ha consigliato di variarlo rispetto alle prime dosi, «secondo i nuovi studi». Ora la mia antenna 5G è impostata sulla frequenza del Moderna.

In sala d’attesa ho controllato ossessivamente i messaggi e la posta elettronica; e ancora sull’autobus verso casa; e ancora dopo cena; e ancora il giorno dopo, in permesso dal lavoro, con la febbriciattola e il mal di testa; e il giorno dopo ancora, senza piú dolori ma con la spossatezza del convalescente. Nessun certificato ricevuto, nessun aggiornamento sull’applicazione Tečka.
Domenica mattina ho telefonato al 1221. Due gentili operatrici mi hanno rimbalzato, in inglese e in ceco, a una terza gentilissima operatrice che ha risolto il problema. Nel registro elettronico dei vaccinati ero iscritto sia con il rodné číslo (codice fiscale), sia con il číslo pojištěnce (numero dell’assicurazione sanitaria); per i Cechi i čísla coincidono, non per gli stranieri.

Nel frattempo in Italia andava peggio a un altro mio concittadino.