Blog › 2023

E un generale come Presidente ·

Oggi i Cechi hanno eletto il presidente della Repubblica, carica comparabile per poteri a quella italiana: è Petr Pavel, ex-generale della NATO, sedicente conservatore con idee socio-economiche che lo pongono a sinistra di Elly Schlein. Pavel è famoso per aver guidato un contingente misto ceco\slovacco che salvò un manipolo di soldati francesi dalle grinfie della Tigre Arkan durante le guerre di Jugoslavia. Filo-occidentale, filo-europeista, studiava da spia comunista quando il comunismo cadde. Comunicazione ricca e strepitosa, a partire dal logo.
Il generale Pavel ha battuto al secondo turno un’altra ex-spia comunista, il miliardario Andrej Babiš alias “agente Bureš” alias “il Berlusconi cecoslovacco”, ex-primo ministro, che si era defilato per tutta la campagna elettorale, per poi sparare fuochi d’artificio e abbondante letame nelle due settimane che hanno condotto al ballottaggio. La terza candidata principale, Danuše Nerudová alias “fake Zuzana Čaputová”, non è riuscita a trasmettere nessun messaggio circa se stessa oltre a «sono giovane e donna»: bene, ma un po’ poco.

Non sono entusiasta di avere un ex-militare capo di Stato ma, se moja prezidentka ha rotto il protocollo istituzionale ed è volata da Bratislava a Praga per congratularsi con Pavel direttamente nel suo quartier generale, penso di potermi fidare anch’io. Ci rileggiamo fra cinque anni.

Miroslav Válek – L’uccisione dei conigli ·

(S tisíci omluvami Ivaně K.)

Nel racconto Ivana, Ivana Dobrakovová cita il titolo di una poesia dell’autore slovacco Miroslav Válek, Zabíjanie králikov, che la traduttrice Alessandra Mura rende come L’uccisione dei conigli. Sul web la versione in italiano della poesia non si trova, ma si trova il testo originale. Quindi cosa ho fatto? Be’, l’ho tradotta io, aiutandomi con il vocabolario online slovacco-inglese dell’editrice brunense Lingea. Non ho barato con Google Translate né ho sbirciato le versioni esistenti in altre lingue. Inutile scrivere che la mia conoscenza dello slovacco è limitata, perciò sicuramente ci sono errori e incomprensioni; o scelte personali, come rendere zabíjať con “macellare”.

Buona lettura, e felice anno del coniglio! Přeju vám příjemné čtení, a šťastný rok králíka!


V nedeľu po raňajkách,
keď je vzduch asi na polceste k ľadu,
v komíne pištia tenké flauty myší,
v nedeľu po raňajkách,
po čerstvom snehu kráčať
ku klietkam.
Stiahnuť si rukavice na ružovú slávnosť,
na plot ich napichnúť
jak čerstvo odseknuté dlane
a fajčiť cez dvierka.
Potom už vsunúť hľadajúcu ruku
a s dymom v zuboch vravieť sladké reči,
lichôtky, jemné slová,
trochu poľutovať,
uchopiť pevne za kožu
a zdvihnúť z teplej slamy.

La domenica dopo colazione,
quando l’aria sta quasi girando in ghiaccio,
nel camino i topi squittiscono sottili flauti,
la domenica dopo colazione,
camminare lungo la neve fresca
verso le gabbie.
Levarsi i guanti del dí di festa,
infilzarli alla recinzione
come palmi mozzati di fresco
e fumare attraverso il cancelletto.
Poi infilare la mano alla ricerca
e con il fumo fra i denti parlottare,
fare complimenti, dire parole tenere,
compatire un poco,
afferrare fermamente per la pelle
e sollevare dalla paglia tiepida.

V nedeľu po raňajkách,
čpavok ovoňať.

La domenica dopo colazione,
annusare l’ammoniaca.

Chvíľu tak držať ľavou dolu hlavou,
pozerať ako brunátnejú uši,
pohladkať nežne za väzami,
pofúkať, odniesť
a náhle pravou udrieť do tyla.

Con la sinistra tenere cosí un momento a testa in giú,
osservare come imbruniscono le orecchie,
accarezzare gentilmente sulla nuca,
dare un bacio, portare via
e d’improvviso con la destra colpire dietro il capo.

Ešte raz v dlani zacítiť odraz
k zbytočnému skoku,
mať ťažko v ruke,
sladko na podnebí,
počuť, ako sa otvorilo nebo zajačie
a plné hrsti srsti z neho padajú.

Percepire ancora una volta nel palmo il balzo
per un inutile salto,
tenere a fatica in mano,
dolce nel palato,
sentire, come si è aperto il cielo del leprotto
e da lui cade una manciata di folti peli.

Viedenský modrý,
belgický obor,
francúzsky baranovitý,
český strakáč,
ale aj bastard z hocijakej krvi,
všetci zomierajú rovnako rýchlo
a bez slova.

Il blu di Vienna,
il gigante belga,
l’ariete francese,
il pezzato ceco,
ma anche il bastardo di chissà quale sangue,
tutti muoiono ugualmente in fretta
e senza una parola.

V pondelok mať modro pod očami, mlčať,
v utorok uvažovať o osude sveta,
v stredu a štvrtok
vynájsť parný stroj
a objavovať hviezdy,
v piatok myslieť na iné,
ale najmä na belasé oči,
celý týždeň ľutovať siroty
a obdivovať kvety,
v sobotu sa do ružova vykúpať
a usnúť na jej ústach.

Il lunedí avere le occhiaie, restare in silenzio,
il martedí riflettere sul destino del mondo,
il mercoledí e il giovedí
inventare la macchina a vapore
e scoprire le stelle,
il venerdí pensare ad altro,
ma specialmente a occhi azzurri,
tutta la settimana sentirsi in colpa per gli orfani
e ammirare i fiori,
il sabato fare un bagno di ottimismo
e addormentarsi sulla bocca di lei.

V nedeľu po raňajkách
zabíjať králika.

La domenica dopo colazione
macellare il coniglio.

[Ultima revisione: / Poslední revize: .]

L’architetto ·

Stamattina ho avuto una videochiamata con la mia capa per rivedere il mio Individual Development Plan (“piano di sviluppo individuale”): è una chiacchierata che io e lei facciamo a cadenza regolare per fare il punto del mio progresso come dipendente. (Allo stesso modo io faccio una chiacchierata a cadenza regolare con ciascun membro della mia squadra per fare il punto del loro progresso come dipendenti.) Io e lei teniamo traccia del piano in un gestionale interno (che stamattina non funzionava). Almeno nella teoria spacciata dall’ufficio del personale, questo documento dovrebbe servire a me per esplicitare quali obiettivi ho come lavoratore, e per dettagliare un percorso per raggiungerli; nella pratica serve all’azienda per mantenermi motivato, e per rendermi piú produttivo. Sulla base della mia breve esperienza dai due lati, se c’è impegno reciproco è un win-win: il dipendente consapevole di sé dichiara cosa vuole diventare o dove vuole migliorare, il manager capace tiene conto delle sue aspirazioni nell’assegnazione delle mansioni e delle risorse. A me, e a qualche membro della mia squadra, l’IDP è servito a crescere in ruolo e stipendio.

Il periodo immediatamente successivo a un giudizio formale è l’ideale per ridiscutere il piano. Per il 2022 ho ricevuto una valutazione piú che positiva, pertanto per il 2023 ho formalizzato alla mia capa due intenzioni: consolidare ciò che di buono ho fatto, e colmare lacune specifiche. Al termine di quest’anno solare, andando verso il compimento del terzo nell’attuale posizione, valuterò se sono soddisfatto del mio impiego o se piuttosto dovrei cercare altro.
«Cosa ti piace di piú in quel che fai», mi ha chiesto. Le ho detto che questa domanda è in cima alle mie note private, perché me l’ha già fatta, ma non ho ancora trovato una risposta. È il trattare processi e sistemi aziendali? Ho una conoscenza ampia e profonda di cui sono orgoglioso, ma non è esportabile altrove. È il risolvere i problemi? Se non fossi bravo a risolverli non mi cercherebbero da ogni ufficio in ogni regione, ma spesso mi sento come Monsieur Malaussène. È il migliorare le attività che gestisco? Dovrebbe essere la mia mansione fondamentale, ma sono sempre troppo impegnato a risolvere problemi. È l’essere a guida di altre persone? Col tempo ho imparato, e tengo molto ai miei dipendenti, ma non è il mio ruolo naturale.
«Penso che la tua forza sia saper combinare tutto questo», ha replicato.

Mi è venuto in mente uno scritto che ho letto di recente:

[N]on dal punto di vista professionale ma mentale, bisogna essere architetti.

L’architetto è colui che sovrintende la costruzione. Per farlo deve conoscere le tecniche costruttive e come queste concorrono fra di loro per concretizzare l’unità dell’edificio. L’architetto quindi non si occupa solo della sua competenza (la forma della costruzione, la sua distribuzione interna, i materiali con cui è fatta) ma deve conoscere ogni scienza che serve a realizzare l’edificio: deve sapere (avere coscienza, non conoscere nel dettaglio) di strutture, di impianti, di produzione energetica, di impatto ambientale. E, come se non bastasse, deve conoscere leggi e regolamenti, mercati ed economie, persino qualcosa di psicologia.

Non mi riferisco però all’architetto dal punto di vista professionale. Se la mia professione d’origine mi ha insegnato qualcosa è, appunto, l’atteggiamento più che altro: essere al di sopra della costruzione e governarla comporta sapere tante cose, ma conoscerle serve ad averne un quadro generale chiaro, capendo soprattutto come si influenzano fra di loro e quale importanza abbiano singolarmente e nel contesto.

Fra le molte professioni, quantomeno da un punto di vista direi filosofico, l’architettura comporta la più grande flessibilità mentale possibile. E soprattutto allena a sapere ascoltare le esigenze di diversi attori, comprendendole e cercandone la sintesi finale.

Forse quel test di personalità ci ha preso davvero.

Due toot di SwiftOnSecurity da Infosec Exchange: «Being an omnivorous technology generalist is punishing to start out as and lasts for years, but becomes incredibly valuable later. That’s something I wish I could have told the prior me. Come to understand: Being a generalist is not about “lacking experience to call yourself an expert.” Touching on innumerable disciplines is itself a crucial skill that lets you operate in the real world with huge autonomy. Just know your limits. Most problems don’t need specialists. Generalists are the ones that ***know when to call in the specialists and give them what they need***.» «I’m an IT generalist. I can troubleshoot 801.x authentication based on event logs. I can write basic SQL queries to ascertain if data is there. I know routine basic coding errors in the theory of user authentication. And that is enough. It is enough for almost anything I get called about. And that is why I am pinged by random people chatting me each day. When I am not enough I get you to the specialists. Because I know they exist. Because I know what I don’t.»

Un amplificatore in paranoia ·

L’unica volta che ho provato simpatia per Matteo Renzi, da che è salito alla ribalta della politica nazionale, è stata nel settembre del 2019, quando Striscia la notizia mandò in onda un suo deepfake: ovvero un video in cui il suo viso era stato sovraimposto via software alle immagini che ritraevano un suo imitatore, per far sembrare agli spettatori che fosse proprio lui a fare dichiarazioni sconvenienti. L’afflato di simpatia finí presto, appena capii che Renzi non avrebbe portato via la pelle in tribunale ad Antonio Ricci (Mediaset è sempre bene tenersela amica).

Il deepfake piú famoso ritrae Barack Obama ed è interpretato dall’attore comico, suo imitatore e premio Oscar, Jordan Peele:

Già un anno e mezzo prima del video paraculo di Striscia, il deepfake Obama-Peele per Buzzfeed metteva il pubblico in guardia dal prendere per buono tutto ciò che vediamo, oggi che è possibile manipolare digitalmente qualunque registrazione.

Il primissimo link della mia collezione Internet explorer è a un articolo del New York Times del 2020, a firma della giornalista di tecnologia pop Kashmir Hill, su un’azienda statunitense di riconoscimento facciale che ha rastrellato sui siti web, perlopiú illegalmente, venti miliardi d’immagini di volti umani, e li ha usati per sviluppare software che poi ha venduto a forze dell’ordine e governi (anche autoritari).
Le foto di miliardi di noi sono a disposizione di guardie e dittatori. «Chi non fa niente di male non ha niente da temere» dicono alcuni, anche fra i miei 2,5 lettori. Be’, non ha niente da temere finché guardie e dittatori concordano con ləi nel definire cosa è “male”. O finché il software di riconoscimento facciale non commette un errore nel far corrispondere il suo volto nel database a quello di un criminale: succede, e succede piú spesso ad appartenenti a minoranze etniche.
Anche aziende di chiara fama come Adobe hanno cominciato (surrettiziamente) a usare le immagini elaborate online dagli utenti per allenare i propri software d’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di AI sono ormai tanto evoluti da creare artefatti in grado d’ingannare l’occhio umano: vedete per esempio le foto generate da This Person Does Not Exist, o le illustrazioni generate da Stable Diffusion a partire da un testo scritto.

Quindi, riassumendo: le fotografie che ci ritraggono e che pubblichiamo su Internet, spesso associate al nostro nome, possono essere raccolte da soggetti privi di scrupoli; e quelle medesime fotografie possono essere date in pasto a modelli matematici che producono risultati realistici. Le conseguenze sono a livello sociale e personale.
A livello sociale, l’unico valore rimasto alle testimonianze visive – e, in un futuro prossimo, a quelle auditive – è il valore attribuito alla fonte. Possiamo fidarci della validità di un’immagine o di una registrazione tanto quanto possiamo fidarci della reputazione di chi ce la presenta; e la reputazione è un concetto assai fragile.
A livello personale, dobbiamo smettere di pubblicare nostre fotografie (o video) sul web; o quantomeno dobbiamo rendere difficile associarle al nostro nome. Se l’identità pubblica di una persona è data dal suo nome e dal suo aspetto, entrambi sono ormai completamente falsificabili.

È per questo motivo che sulle Virtualia? non pubblico foto che mi ritraggono, e che da sempre chiedo ai familiari e agli amici di non taggarmi su Facebook (anche se non ho mai avuto un profilo). Però cosa dovrei fare ora che voglio ripubblicare su queste pagine una selezione di post dai miei blog semi-privati, dove qualche selfie c’era? Dovrei eliminare quelle foto, spesso il nucleo di un intero post? O forse dovrei travisarmi il volto, tipo cosí?

Selfie sullo sfondo di una piazza con chiesa e alberi. Il volto è poco riconoscibile perché è tagliato obliquamente da un riflesso irregolare.

Plaza Regina Coeli, Ciudad de México, 8 novembre 2022. La camera frontale del mio cellulare rispetta la mia privacy.

Madri e camionisti ·

(Pochissimi i camionisti.)

Ivana Dobrakovová è una traduttrice e scrittrice slovacca, mia coetanea, che a ventitré anni si è trasferita dalla sua Bratislava a… Torino (sono curiosissimo di sapere il perché). Me l’ha segnalata Evička che qualche mese fa ha letto la sua ultima raccolta di racconti, Pod slnkom Turína (“Sotto il sole di Torino”, non so se il titolo ha un’accezione esotica o ironica).

Madri e camionisti è il suo unico libro tradotto in italiano: è stato pubblicato nel 2021 dalla casa editrice fiorentina Spider&Fish anche grazie ai fondi comunitari ottenuti con la vittoria del Premio dell’Unione Europea per la Letteratura 2019. Sono cinque racconti con cinque donne protagoniste: tre slovacche di Bratislava, un’italiana di Chieri, un’italo-slovacca in Borgo Vanchiglia; tutte nate nei primi anni Ottanta.
Il filo conduttore è il disagio esistenziale: Svetlana è stata negletta da un padre alcolizzato; Ivana è reclusa in casa dall’adolescenza; Olivia disprezza tutti coloro che incontra; Lara odia suo marito e suo figlio; Veronika è incapace di pensare alle conseguenze delle proprie azioni. Siamo nella loro testa e ascoltiamo il loro monologo interiore. La loro voce è piana quando cominciano a ricordare eventi e sensazioni, e si fa sempre piú concitata e febbrile quando affiorano il rimosso e i traumi. Tutte e cinque sono “narratrici inaffidabili” perfino per sé: ed è in quei non-detto che si rivelano a poco a poco, alle donne stesse e al lettore, che Dobrakovová compie la migliore opera di scrittrice.

All’epoca in cui sono nata, di Ivane ce n’era a strafottere, si inciampava in un’Ivana a ogni passo […]

Mi chiedo se sia un caso che Dobrakovová abbia dato il proprio nome al personaggio del racconto piú riuscito. Questa Ivana, da quando aveva tredici anni, vive in una stanza che ha riempito di soffocanti piante d’appartamento, ed esce soltanto per far visita alla psichiatra e a un’amica. Ricorda i tempi in cui marinava la scuola per andare con l’amica a faticare in un maneggio di cavalli, dove faceva le prime esperienze sociali e proto-sessuali fra gelosie e rivalità. L’incontro con un uomo famoso e galante la coglie completamente indifesa e destabilizza la sua psiche, in un crescendo di euforia e depressione che si alternano fino allo svelamento del trauma giovanile e alla distruzione della stanza. Narrata, per cosí dire, come se nel buio della sua mente qualcuno scattasse foto con il flash.
(Per chi passasse di qui dopo aver letto il racconto, sul finale ho due opinioni: o il cavallo fu sventrato da quei due teppisti che avevano ucciso il coniglio, ma inconsciamente Ivana se ne assunse la responsabilità per senso di colpa; o forse fu sventrato da Ivana stessa, in un parallelismo con il parto della giumenta il cui ricordo conclude la storia.)

Maternità fallite e madri assenti costellano le pagine del volume: a causa di scelte sbagliate, o di uomini sbagliati, o per semplice disinteresse. Ricorre spesso anche il tema del corpo come veicolo di espressione del disagio o del trauma: vorrei saper cogliere il doppio riferimento a PPP, lo lascio a lettori piú acculturati. Io ho sentito echi del primo Ian McEwan (che l’autrice cita di passaggio in un contributo sul Guardian.)

In Italia Madri e camionisti non se l’è filato nessuno. È un peccato, perché ora per leggere Dobrakovová mi tocca imparare anche lo slovacco.

Mým slovenským čtenářkam doporučím tuto nahrávku o knize z rádia Regina.

Safe ghettos ·

What I have understood from tons of articles about the Fediverse is that Mastodon has been developed by its only ruler with the explicit goal of making it a “safe space” for marginalised groups that are harassed on mainstream social media. Basic features like searching and quoting have been intentionally sanitised, or outright banned, to prevent bad actors from exploiting them. Now that hundreds of thousands of people have migrated, and expect to find such basic features, there are ongoing discussions on whether implementing them would make Mastodon a toxic environment like Twitter.

New Mastodon users are encouraged to join not the biggest instances, but any thematic server which is closest to their persona, job or hobby. So we will find servers for the LGBTQ+ communities, for native and indigenous people, for journalists, for web designers, for beer crafters, for bookworms, etc. Each server is run by an admin, or by a group of admins, who moderate their instance on the basis of a code of conduct; there is also a general covenant that they can refer to.

Of course people are not defined by one single trait, and may have different interests they want to cover within their Fediverse experience. One user may be a trans person who works as a bank clerk, spends their weekends by going birdwatching, and supports a football club. First they may join an LGBTQ+-friendly instance, then start following folks who post pictures of mockingbirds on a second server, and later other football enthusiasts debating gegenpressing on a third server. This user’s federated timeline will fill with tweets toots from all three servers, based on the accounts that they follow and on the content that gets boosted.
One day on the birdwatchers’ instance a user posts a snarky comment about some law that their parliament just passed, igniting a discussion that degenerates in a flame war. Between pictures of lovely sparrows, conservative and progressive birdwatchers start talking politics, among which are trans-related policies. Our user interacts with them, silencing and blocking a few; some nasty ones reach back and call them names. The admin of the LGBTQ+-friendly instance notices the brouhaha, perceives the birdwatchers as one bunch of fascists, and defederates their server to protect our user and the whole community. Our user is now safe from harassment, but has lost access to good birdwatching content. At the same time, the progressive birdwatchers have lost a whole server of allies, and their instance has shifted slightly towards the right.
OK, this is one unlikely example, of course there are no birdwatchers who like football, are there?

There is this (in)famous Italian blogger who holds mildly unconventional ideas on the most disparate topics, and he is sometimes fun to read. I once interacted with him on IRC in the early Noughties, one evening he was pushing :wumpscut: MP3s to uninterested chatters. This guy has been writing about the Fediverse for years, mostly from a technical point of view, and runs his own personal Pleroma server, with a public list of blocked instances. I am surprised to read that the latest entry in his list is the very same instance that I had thought of joining, where there are no nazis nor pedos, just IndieWeb lovers boosting too many boring political toots; if I were there, we would not be able to interact.

Last week on Twitter some British misogynist engaged publicly with Greta Thunberg to stand out as a macho man in the eyes of his followers: the Swedish activist blasted him, sending him into a rage mode that got his location exposed to authorities who were looking for him because allegedly he is a fucking human trafficker. Now he is in prison. All’s well that ends well.
On Mastodon this exchange couldn’t have happened, because the quote-retweet quote-retoot feature is missing, by design. But the same effect could be accomplished by posting a screenshot of the original toot, a practice that is widely used to refer to content across walled-garden sites. The good intention here is to protect users: but the Thunberg case shows that fighting back is an option, that confronting and trolling the fuck out of fascists can work. Then certainly there is silencing and blocking.

Twitter’s and other social media’s toxicity doesn’t lie in the heated discussions: it lies in the engagement tactics of locking users in the sites and of promoting divisive content. You cannot ask social media companies to drop these tactics: their goal is not to host democratic discourse of quality, their goal is to make money.
On the other end, a social network that is designed to soften and neutralise the public discourse may have the unintended effect of suffocating its users in smaller and smaller echo chambers, where one only interacts with almost identical copies of oneself. “Safe spaces”, “safe ghettos”. I am not interested in those.

Il tempo della gratitudine ·

Gianluca Vialli mostra la Coppa dei Campioni indossando la maglia della Juventus al termine della finale del ‘96.

È stato l’ultimo capitano juventino ad alzare la Coppa dalle Grandi Orecchie, ma ho sempre associato Luca Vialli alla Sampdoria (ovviamente) o persino al Chelsea (che senza di lui non sarebbe diventato uno dei club piú vincenti dell’ultimo quarto di secolo).

Keeping it simple ·

I was an avid Twitter reader for years, although I never had an account. I know it is a toxic environment, engineered to keep users locked in, but it represents the world’s biggest public square, and it is a vast source of content, from news to memes, from philosophy to shitposting. Following the clusterfuck caused by Space Karen, I took the opportunity to quit the Twitter habit cold-turkey.

At the same time I toyed with the idea of joining the Fediverse (which is based on the public ActivityPub protocol, and mostly open-source), either on a shared instance like IndieWeb Social, or via a personal Mastodon or Pleroma server. I have read tons of sociological and technical articles about the Fediverse, and especially Mastodon, none of which I have bookmarked. In the end I decided not to join a shared instance, because I don’t have much to say in a public square, and because I am puzzled by the unwritten rules of the community. And the tribulations, between requirements and limitations, to run a personal server? To me, a potential power-user, with some past experience in running a VPS, this specific admin tax seems unbearable.

This is to say that I am going to stick with the stack that I have been running on for three years: domain registration and shared web hosting at a local company, e-mail handling by a major European provider, HTML+CSS for writing and styling content, Atom (the web standard) for syndication, Atom (the defunct software) as my text editor and file uploader of choice.
It is the simplest stack that I can think of, it fits all my real needs, and I spend only about 6€ per month to maintain it.
Moreover, if someone pays for the registration and hosting, even without maintenance, these pages will render in perpetuity.

#newwwyear(s) ·

There is (was?) this IndieWeb initiative to encourage people to tweet [post] their personal website plan for the upcoming new year.
I have a few ideas, but I guess that implementing them will take me a bit longer than only twelve months. By order of importance:

  • ☐ I want to publish, as part of my Virtualia?, selected posts from Cicely, Scotland (2013) and from Moravian Like You (2016–2019). Both blogs were taken off Blogspot shortly after their closure, and are stored as an XML file in my laptop along with embedded pictures. I would have to pick those posts that are still somehow relevant, and that I can make public without infringing libel laws or running into the ire of my past and present employers (they were an expat’s a migrant worker’s journals, so there were references to my daily job). Also I would feel the need to adapt the style of those posts to the style of these pages (in terms of layout and everything else), like I did with my JuventiKnows articles. My deadline for Cicely, Scotland (a handful of entries) is the end of January; for Moravian Like You (more than two hundred and fifty entries) I would be happy to re-publish one blog year every quarter.
  • ☐ I want to add a touch of vanilla JavaScript to the homepage, to display a random quotation. The current quotation, which would work as a fallback if JS is turned off in the browser, is a fitting line from a poem by Eugenio Montale: Piove sui works in regress.
  • ☐ I may also add a title over the indexes of each blog year, along with a symbolic quotation-of-the-year, though that may be too much.
  • ☐ I am not 100% satisfied with having the OPML list of feeds I read nested into the Blog section: yes, it acts as an old-style blog roll, but it is mainly a list of links. I may expand it with non-feed links to resources I like, and move it to the top line of the navigation bar.
  • ☐ Then I would move the links to my own feed and to my stylesheet from the navbar to the footer; and perhaps add a sitemap too?

I will update this post by checking the boxes above as I implement (or not) each idea.

  • ☐ How could I forget about the most useless possible layout improvement: the dark mode?