Virtualia?

Piove sui works in regress.

European, italiano, piemontèis. Falso e cortese. Geriatric millennial. Bezbožný. Samotář. 100% spoleh!

In morte di James Bond ·

Nell’ultima scena di Není čas zemřít (No Time to Die, non so come s’intitoli in italiano) Madeleine Swann (Léa Seydoux) guida l’Aston Martin color argento lungo una strada costiera con We Have All the Time in the World come colonna sonora. È un evidente rimando al funesto finale di On Her Majesty’s Secret Service, ma è un finale ribaltato, perché accanto a lei non c’è James Bond (Daniel Craig): egli si è sacrificato per salvare l’umanità (e la stessa Madeleine) (e la bambina dagli occhi azzurri che molto probabilmente è sua figlia) (i conti tornano).

Fra le fantasiose teorie che provano a spiegare razionalmente come Bond sia in giro da sessant’anni e come abbia avuto sei sembianze diverse, c’è quella per cui “James Bond” è un nome in codice, un’identità fittizia che può essere assunta da qualunque spia nell’élite dell’MI6: orfano di padre scozzese e madre svizzera, ammiraglio della Marina britannica, ecc. A prender per buona tale teoria, consegue che il Bond di Connery non è il medesimo Bond di Lazenby (this never happened to the other fella), che non è il medesimo Bond di Moore, che non è il medesimo Bond di Dalton, che non è il medesimo Bond di Brosnan, che non è il medesimo Bond di Craig.
Non sappiamo cosa sia successo agli altri, ma del Bond di Craig abbiamo assistito dall’esordio alla caduta in cinque film dalla forte serialità.

La componente seriale è insieme la forza e la debolezza di Není čas zemřít. A me è piaciuto come se fosse l’ultimo episodio di un telefilm non eccelso ai cui protagonisti mi ero affezionato per abitudine, e mi chiedo quanto possa piacere a un avventore casuale del multisala che non sa perché James Bond sia restio a fidarsi della donna al suo fianco, o che non ha visto Vesper Lynd morire annegata in Casino Royale e non può cogliere la sua e nostra frustrazione nel veder morire annegato Felix Leiter.
Visivamente è un bel film. Il regista Cary Joji Fukunaga va matto per gli interni con luci fredde al neon, ma le scene girate nel sole accecante di Gravina e Matera sono una splendida cartolina. La scalata alla sala-controllo ci immerge in un videogioco sparatutto in prima persona; e quell’inquadratura nella galleria di cemento, con Bond che si volta a sparare a un cattivo del quale noi spettatori abbiamo la soggettiva, come nelle celeberrime sequenze della canna della pistola? Genio!
La sceneggiatura di Neal Purvis e Robert Wade per una volta ha un senso logico lineare, con qualche omaggio-scopiazzatura ai film precedenti (la visita alla tomba dell’amata in For Your Eyes Only, la casa di campagna in Skyfall, l’isola-laboratorio da Dr. No in poi). Il felice contributo di Phoebe Waller-Bridge si può leggere nell’umorismo autoconsapevole che finora alle interpretazioni di Craig mancava, e nel personaggio della spia cubana semidilettante che tiene testa a un intero commando della SPECTRE e poi chiude Bond fuori dalla porta senza smancerie.

Ana de Armas nei panni della spia Paloma in una scena del film.

Ana de Armas, pigliami a calci.

(Fra parentesi, la cubana semidilettante sembra una spia migliore della nuova 007 Nomi, che non ha molto da fare e quando lo fa è in ritardo, che non ha molto da dire e quando lo dice non l’ascolta nessuno, e va bene che è donna, e va bene che è nera, ma non va bene che è culona, e l’attrice ha due espressioni, con gli occhialetti e senza, chiusa parentesi.)

Cosí come On Her Majesty’s Secret Service, anche No Time to Die in fondo è un dramma sentimentale: il triangolo amoroso fra James Bond, la dr.ssa Madeleine Swann “figlia della SPECTRE”, e la defunta doppiogiochista Vesper Lynd. Vesper Lynd era stato un vero colpo di fulmine per l’esordiente Bond di Craig, e da morta è un ideale irraggiungibile. Madeleine Swann è un’innamorata devota ma appare come un ripiego. Il ricorrente tema musicale di We Have All the Time in the World dovrebbe suggerire che lei sia la donna della vita di Bond, ma a me cultore della materia quelle note evocano la tragica figura di Tracy di Vicenzo, estendendo il triangolo sentimentale dell’era-Craig a un quadrilatero su tutta la filmografia. Il problema è che il binomio Madeleine Swann / Léa Seydoux non regge il confronto, per definizione del personaggio e per bravura o carisma dell’attrice, né con Vesper Lynd / Eva Green, né con Tracy di Vicenzo / Diana Rigg.
Capisco il metter su famiglia, ma farsi bersaglio di una batteria di missili per lei? No. Aveva fatto bene a imbarcarla sul primo Frecciarossa.

Lei suona il flauto traverso e lui la tromba ·

Mentre in Italia si dibatte su quanti spettatori sia possibile far accedere a eventi culturali e luoghi d’intrattenimento, con decisioni discutibili che tengono conto piú degli equilibri politici che della rerum natura, in Repubblica Ceca non ho piú idea di quali restrizioni siano in vigore perché o sono molto lasche o in pochi sembrano preoccuparsene. Allo stadio mi prendo gli sputazzi i droplets degli esagitati veterani delle file posteriori, nelle sale da concerto respiro la stessa aria di due o tre persone al metro quadro. In altri Paesi tali restrizioni sono state eliminate: qualcuno sta sbagliando, gli storici valuteranno chi.
La premessa è per scrivere che questa settimana sono andato a due concerti i cui biglietti avevo acquistato un anno e mezzo fa.

Erik Truffaz Quartet @ Sono Music Club, Brno, 19/03/2020 27/09/2020

(Certificati controllati: 1/3. Mascherine indossate: 10%.)

Erik Truffaz è un trombettista francese che somiglia terribilmente a Michel Houellebecq e ha una formazione classica ma suona jazz fusion. È uno dei tanti ospiti del ventennale Jazz Fest Brno, e nonostante io sia lontanissimo da quel mondo ne conoscevo il nome perché un suo pezzo è inserito in una compilation di Alessio Bertallot che ho consumato.
Sono entrato con Vojta ed Evička al Sono Music Club senza aspettative perché davvero non sapevo cosa aspettarmi. Né ho le basi per capire e giudicare quel che ho ascoltato, però so cosa mi è piaciuto. Se Marcello Giuliani torna a Brno per suonare al basso l’elenco telefonico mi trova in prima fila. Il giovane batterista Tao Ehrlich è stato lodato piú volte dal palco, ma mi è parso metterci troppa energia quando non richiesto. Ho apprezzato il tappeto elettronico steso dalle mille tastiere di Benoît Corboz, a eccezione di certe derive prog che stonavano.
Ed Erik Truffaz è un cool cat che cattura la simpatia del pubblico con pochi gesti e parole, e si prende la scena per lasciarla subito ai compari. Al termine di certi suoi assoli mi sono risvegliato in totale attenzione sul bordo dello sgabello. E quel soffio che si sentiva nel microfono, e che mi ha perplesso per tutta l’esibizione, Vojta mi ha spiegato che non era un problema tecnico, né incapacità, ma un personale vezzo artistico, una nota di colore. La sua blue note? Mi fido.

Siegfried non l’hanno suonata, altrimenti sarebbe suonata cosí.

Katarzia @ Kabinet Múz, Brno, 09/11/2020 04/05/2021

(Certificati controllati: 0/1. Mascherine indossate: 1%.)

Arrivo al Kabinet Múz presto, troppo presto, e dal mio angolino sotto le luci di proiezione in fondo alla sala osservo il pubblico che sgocciola: in prevalenza femminile, parzialmente LGBT+, in età da università. Non sono il piú vecchio nel locale perché c’è qualcuno piú strano di me; sicuramente sono l’unico non ceco\slovacco.
Si presenta per primo Aid Kid, musicista elettronico e producer che ha lavorato con Katarzia a Celibát e che pensavo avrebbe tenuto un DJ set dopo il concerto. Smanetta sulla sua drum machine per un’oretta, cercando un flow a cassa dritta che appena trova si affretta a distruggere, lasciando vuoti di depressione. Si becca qualche compíto invito ad andarsene; se aveva il cómpito di scaldare l’atmosfera, non c’è riuscito.
Sul palco restano un microfono, una chitarra, e un ampio tavolo coperto di sintetizzatori. Sono curioso di sentire se Katarzia lascerà piú libera la propria anima folk o quella ‘tronica. Esce dal camerino sul retro insieme a Jonatán Pastirčák (Pjoni) e si mette a scherzare col pubblico sulle elezioni in corso. Indossa quel che sembra un anello di fidanzamento: il celibato è finito?

L’apertura è folk: Katarína Kubošiová pizzica le corde e percuote la cassa armonica della chitarra, aggiustando il suono con l’aiuto del tecnico dietro alla console. Blues o dešti è la seconda e ultima canzone per cui imbraccia il suo strumento; da Tristan a Izolda, Drag Queen e V noci prevalgono l’elettronica e non-so-quale effetto vocale che ha usato negli ultimi due dischi.
Si esibiscono come duo, ma entrambi fanno un gran lavoro a compensare l’assenza di altri musicisti. Con i suoi giocattoli Pjoni piazza basi, crea ritmi, estende suoni come il flauto traverso sequenziato dal vivo in Lepidlo. Katarzia riempie lo spazio diventando la cubista di se stessa sotto gli strobo. Si meriterebbero spettatori piú partecipi, qualcuno che conosca le parole, che applauda o che lanci degli urli di soddisfazione quando le luci si spengono. Dobbiamo farlo io (Bonsai) e il beone alle mie spalle? Coppietta adolescente al mio fianco, come fate a pomiciare su Posledný tanec, de vobis písnička narratur! Giovani femministe, Hoří i voda è vostra, prosím un minimo d’entusiasmo!
Cupi rimbombi dai synth di Pjoni segnano una breve e sinistra versione di Milovať s hudbou che fluisce in Samota mi nevadí per la chiusura. Katarína ci sussurra nie som osamelá, e nel suo sguardo azzurro intravedo un lampo di malizia.

Z izby do izby non l’hanno suonata, altrimenti sarebbe suonata assai diversamente.
Tamagotchipikachutamagotchipikachutamagotchipikachutamagotchipikachutamagotchi.

Černá kočka ·

Ospalá černá kočka v hospodě.

Soft kitty, warm kitty, little ball of fur! Happy kitty, sleepy kitty, purr purr purr! @ The Encampment

Atarassia, portami via ·

Fra i libri sparsi sui tavolini polverosi di Shakespeare a synové ho pescato anche How to Be a Stoic (“Come essere uno stoico”).
L’autore Massimo Pigliucci è un biologo evoluzionista romano che trent’anni fa si è trasferito negli Stati Uniti e là ha intrapreso una brillante carriera di filosofo della scienza. È estraneo ai circoletti intellettuali italiani ed è un saggista grafomane: fra articoli, conferenze, libri, podcast, e post su blog multipli mi pare che pubblichi qualcosa ogni due giorni.
How to Be a Stoic è un testo di pop philosophy scritto per lettori anglosassoni che avrebbero difficoltà a trovare Atene e Roma su una cartina. Un’introduzione delinea il percorso filosofico dell’autore e riassume la storia dello stoicismo da Zenone di Cizio all’Imperatore Marco Aurelio. Il corpo del libro trae spunto da episodi di vita quotidiana per spiegare come uno stoico moderno possa ispirarsi all’esempio degli antichi, e degna di nota è l’inclusione di passi dall’Enchiridion come in un fittizio dialogo fra l’allievo Pigliucci e il maestro Epitteto. Chiudono il volume dodici “esercizi pratici spirituali” come invito a migliorare se stessi seguendo la via degli stoici.

Il mio insegnante di filosofia del liceo era un ex-allievo della Scuola Normale e se ben ricordo aveva dedicato innumerevoli lezioni al concetto di λόγος; il resto delle mie reminiscenze sullo stoicismo deriva dalla lettura di Seneca nelle ore di letteratura latina. È noto il principio-cardine per cui il mondo si divide in ciò che possiamo e in ciò che non possiamo controllare: su ciò che possiamo controllare dobbiamo agire al meglio delle nostre capacità, il resto dobbiamo saperlo sopportare con pazienza (per l’appunto) stoica.
Il concetto che mi era rimasto piú impresso era invece quello dell’ἀταραξία: l’ordine interiore, lo stato dell’animo in assenza del turbamento causato dalle emozioni (cfr. Franco Battiato, emanciparmi dall’incubo delle passioni, in E ti vengo a cercare). Per gli epicurei l’atarassia era il fine, per gli stoici era il mezzo per raggiungere il bene supremo della virtú. Ma all’atarassia e alla sorella απάθεια Pigliucci fa riferimento soltanto due volte in tutto il testo, tante quante ne fa al modernissimo e abusatissimo concetto di resilienza.

Un articolo sullo stoicismo dal taglio piú accademico è stato scritto dal professor Pigliucci per l’Internet Encyclopedia of Philosophy.
Seneca dà consigli a Sereno e a Battiato su come emanciparsi dall’incubo delle passioni nel dialogo Sulla tranquillità dell’animo.

Moving up ·

Adam Scott as Ben Wyatt and Amy Poehler as Leslie Knope in an episode of Parks and Recreation, entering an elevator before the doors close, with captions «You ready?» «Not at all. But that’s never stopped us before.»

The Encampment ·

Ogni anno il Brno Writers Group organizza un concorso letterario in lingua inglese. Quest’anno il tema del concorso era «Where I am local». Colto da ispirazione, ho scritto e inviato un racconto che probabilmente avrei pubblicato su queste pagine in altra forma. Non è niente di che, sono stati premiati testi migliori, ma mi sono divertito a buttar giú parole e a rifinirle ossessivamente per un mese e mezzo.
Ogni riferimento a ingegneri nucleari esistenti o a bettole realmente vissute è puramente casuale.

Everyone has a personal geography, and a personal toponymy that was drafted by the most diverse choices and experiences in life.
At times it may happen that various personal spatial planes intersect and collapse in one point: such points are the places where we are local.

Přeju vám příjemné čtení!


There’s a hole in my neighbourhood down which of late I cannot help but fall.

It first happened on the very same day that I relocated to this faraway corner of the city. It was a late Sunday afternoon at the end of summer, and I had managed to lock myself out of the flat I had just moved in. The locksmith had told me on the phone that he would come in an hour, but I was hungry, and above all I needed a restorative beverage.
I had noticed before that the closest place to my set of renovated paneláky was this hospoda, an unpretentious pub like any other, sitting at the intersection of two minor streets on the opposite side of the Svratka. So I got out in the warm setting sun, I crossed the Harbour Bridge, and I hesitated for a moment in front of the signs above the door. The Encampment was the name of the hospoda, and a golden plaque explained that Oliver Cromwell himself had camped on that spot with his New Model Army, on his way to the conquer of Hradčany.

I pulled the door: the pub was bigger than it looked from the outside, but far less crowded than I expected. At separate tables three elderly gentlemen were drinking beer, glancing from time to time at the big screen mounted on the wall at the other end of the room. ČT Sport was broadcasting the derby match between Vysočina Jihlava and Ross County, but the volume was muted, the radio instead playing nondescript classic rock. One third into the room stood the bartender, a plump woman wearing a platinum mullet, surrounded by a circular laminate counter, washing mugs. She greeted me dobrý den and she paid me little attention. I greeted her back and I asked her if they served food. Only brambůrky, kešu and tyčinky, she replied. She also had desítka and dvanáctka on tap, Kofola, and two bottles of single malt whisky from the local distillery. As I was more thirsty than hungry I ordered a pint and I gulped it down in silence, then I hurried back to the flat, into which the locksmith broke without asking me for any proof that I was the legitimate tenant.


Weeks passed before I fell down that hole for a second time. Whenever I went out to meet friends it was in some glamorous place downtown, the kind that you can read of in the travel guides. But one Wednesday evening in the middle of autumn I found myself home after a miserable day at work, and I knew that I would be thinking of charts and figures until the next morning, and I needed to let my mind roam elsewhere. So I got out in the pervading mist that was exuding from the river, and I crossed the bridge, balancing my steps on the slippery cobblestones. The bright signs were on.

I pulled the door: the pub was dimly lit, and the number of guests had increased only slightly. At separate tables two elderly gentlemen were drinking beer, while at the counter a tall middle-aged man was leafing through a tabloid. A couple in their twenties were sitting quietly under the big screen at the other end of the room, with no glasses in front of them. As for the big screen, this time it was showing a Slunečná repeat, and again the volume was muted, although no sound was coming out of the radio speakers. The bartender had changed into a skinny brunette with a pale complexion and a large green tattoo over each of her bare collarbones. A pair of butterflies? I couldn’t tell. I hung my winter jacket and I ordered brambůrky and pivo, which I fetched to a table in the darkest corner.
The young couple left when I was half way down my makeshift dinner. As soon as the door had closed, the tall man sighed aloud, moved next to where the couple were sitting, and began throwing darts at a target. The bartender switched off the big screen. One of the elderly gentlemen went out for a cigarette.

I was so deep into my thoughts of charts and figures that I didn’t notice that the gentleman had come back in, and he had got another desítka, until he took a chair and sat opposite me, uninvited. I startled. He opened the conversation by asking
«Are you middle class or working class?»
I could understand the words but not their meaning, as I was too busy trying to process the situation. He asked again
«Are you middle class or working class?»
Still my brain couldn’t make any sense of what was happening. I must have looked helpless, because he felt the need to elaborate
«You sit in shitty bar in ******* but you wear kašmír svetr and have rich bunda, that is why I ask are you middle class or working class!»
«It’s… it’s not cashmere, it’s probably yak.»
«Jak what?»
«It’s an animal, its wool is cheaper than…»
«Animal! I am also animal, I am Yellow Dog! But I am called Honza, I am pleased to know you.»
He stretched his right hand across the table, his left hand keeping the mug firmly close to the chest.

Honza, alias the Yellow Dog, turned out to be much younger than I had assumed. He hadn’t yet reached retirement age, but his thin figure and curved posture made him look like a frail senior. The long face and a tuft of golden hair gave the final touch to a vague canine semblance. What stood out were his eyes: wide, and lazy, not just as in pointing but also as in moving to different directions at once, as if the extraocular muscles had lost control of the bulbs and these were bubbles floating in a lava lamp.
That evening he did most of the chat, and it took me a while to grasp his Gaelic accent. He didn’t get my name. He thought I was French (no) and, like everyone else, he was curious about how I had ended up there. I told him of Anička, our love story and our breakup. He replied that he hadn’t heard from his wife and daughter in five and a half years.
«I have drink problem»
he confessed with a smirk, before emptying the mug and offering me one of his Spartas. I declined and, out of sheer habit, I warned him that smoking was bad for his health. He got up from the chair and he laughed at me. I thought I deserved it.


«Yellow Dog? He was inženýr at nuclear electricity»
the skinny pale bartender explained three Wednesdays later. From my stool at the counter I could appreciate the details of her clavicle tattoos – now I could see that they were two tortoises – but I could hardly hear her, because the hospoda was packed. The place had been booked for the evening by the local committee in support to the autonomy referendum. The big screen was looping a promotional video, full of forests and lakes and meadows and cliffs and happy families. At the sides were two flags with a chequered eagle painted over a Saint Andrew’s cross. Four tables had been joined and covered with trays of chlebíčky and salmon rolls. Standing behind the tables were two lads, giving out fliers and gadgets, attempting to talk politics with the voracious customers. A woman with a distinctive pin badge tried to engage me in the debate, but I bounced her away politely.
«In Thursday is karaoke night, we have more fun.»
A loud thump made all the heads turn towards the tables. Two elderly gentlemen, regulars, were grabbing each other’s ties and were smearing greasy gouda on each other’s faces.


«Second floor! That is where the language students are! Go and find yourself a pretty Slovak»
the more talkative of the independentist lads advised me the following Wednesday. His pal giggled and shaped a female body in the air. In a fit of laughter I snorted foam out of my nose. Of course I had made again the mistake of bringing Anička up in the conversation. I was sure that she would have frowned upon this display of shallow camaraderie.
It took me some effort to get up and head to the loo. I perceived half-consciously, on a sensory basis, that the hospoda was empty and silent, and that the skinny pale bartender was staring at her smartphone, just waiting for the closing time. For a change I chose the urinal on the left, and I aimed at the sticker with green and white stripes. Was it Celtic or Bohemians? I could ask, they would know. They seemed nice folks. They must have been football or hockey fans. Rugby league, perhaps? I could invite them to a match. At least I should pay this round. Yeah, they were really nice to me. Had we run out of hand towels?
When I left the toilet, the bartender was sweeping the floor and the lads were already gone.


I hastily asked the driver to pull over in the middle of the bridge. It was likely against the law, but she complied, as no other car was in sight. No one in their right mind would get on the road in such a heavy snowfall. She was tired of it too, she had already spent forty-seven minutes driving me home from the airport in first, second, at times third gear. I tipped her over the full fare, I collected my trolley bag from the trunk, and I wished her a veselé Vánoce. As I had wasted hours in the airport lounge waiting for the last plane of the week to land, so that the plane could fly me South, I had resigned to the reality that I would spend my Christmas in this faraway corner of the world.
In the black waters of the river, which once was aptly named Švarcava, an otter, or a seal, or maybe a sea lion was swimming placidly towards the harbour and the openness. Under the bright signs of the hospoda Yellow Dog was puffing at his cigarette; he nodded me in.

I pulled the door: the Thursday night was in full swing. Surrounded by the circular laminate counter, the tall darts player was pulling pints and pouring drinks. The mullet-sporting woman was scrambling among the tables. All were occupied, mostly by groups of married couples with their kids tagging along. At the other end of the room a man in a grey suit was crooning a personal rendition of The Beer Barrel Polka.
I was still looking for a free seat when I saw the skinny pale lass, off-duty, waving at me and pointing at the tip of her bench. I took off my coat and I hid the trolley bag under the table, while she and her friends squeezed to their right. I introduced myself to the party and I understood that they called her Tessa. Eventually I caught the platinum mullet’s attention and I ordered a double whisky, not the one with the lighthouse on the label, the one with the crocodile – like I knew the difference. My new best mate shared with me a bag of herring-shaped gingerbreads that she had baked.
«Eat perníčky. Not be drunk.»
I took one. It was hard and tasteless. I took a few more.

Yellow Dog was the host. He was in control of everything: microphones, karaoke set, big screen, room temperature. I was amazed by how well he managed to prod the shy to the spotlight and to revive the audience after a bad performance. I realised that he wasn’t touching any alcohol. Soon he was at my side.
«Come and sing!»
I shook my head in terror. Tessa saved me by raising her hand enthusiastically. I gave her way and I saw her negotiate with her friends what she would pick. Titles by a certain Lewis Capaldi were booed without mercy. At the other tip of the bench a boy dressed in leather suggested Černí andělé, but she didn’t know the lyrics. By association she chose the karaoke staple, Angel. She squealed all the way through it.

And down waterfàáàll

Her friends and I looked at one another. She sat back, happy and unaware. Yellow Dog rushed to call up a lady who intoned like a professional one klezmer-influenced song about riding a black horse in a night full of smells. A quartet of customers stood up and mimed fiddles. I ordered another double crocodile and I took the tumbler outside.

The snowfall had ceased and the sky was clearing up under the crescent moon. An idyllic image, indeed. It also meant that later I would have to skate home over icy pavements. A couple left the hospoda carrying a sleeping toddler. Yellow Dog slipped through the door behind them, opened his pack of Spartas, and lit one. He smoked it to the filter, then he lit another one. Only then did he tell me, or the otter in the river,
«Today I stopped.»
I had guessed it right: he had quit drinking! Such a clever man couldn’t waste himself that way! I was finding the words to congratulate him, when he continued
«Tomorrow I start again.»
I dropped my head and I chuckled at my own foolishness. He threw the cigarette in the snow and I followed him inside.

And then I followed Tessa to the big screen. She smiled and she browsed the “Duets” section of the karaoke software. At Felicità I pretended to walk away in shame. At Falling Slowly her friends cheered, but we were no Glen and Markéta. In the end she chose Empire State of Mind: before I could complain, I was barking of a concrete jungle I had never been to, and of rappers and ballers I had no idea they ever existed. At the chorus she locked her eyes into mine and she belched

Now you are in Brnòóòóòóò
These streets will make you feel brand-new
Big lights will inspire yoùúùúùúù

I «yo, yo»-ed back to her.

At the end of the karaoke night the tall darts player rang the counter bell and the remaining audience hushed. Yellow Dog took centre stage, he made his eyes roll around the room, he winked so to make the audience cackle, and he opened the empty envelope.
«And winner is…»
I sipped the last of my crocodile whisky.
«Tessa and New Guy!»